Paolo Cerlati... Davide Donelli
CONTRAFFAZIONE

Giochi di cambi e di scambi

 
L'idea di gioco proposta da Paolo
Hai comprato un libro che ti affascina e come per i film i C.D. o altre cose belle che ti prendono, ti rapiscono, ti innamorano vorresti che tutti i tuoi amici li vedessero li ascoltassero. I frammenti che troverai di questo testo vengono contraffatti per non far riconoscere di che cosa si occupa l’autore e a quale argomento si riferisce. Gli interventi sul testo sono segnalati in grassetto. Se si indovina chi ha stilato questi pensieri, il gioco è finito, se invece non lo si riconosce e vuoi scoprire chi ha scritto i frammenti mascherati che ti propongo, devi mandare una tua citazione contaminata, e che sia in relazione più o meno vicina all’argomento musica e continuare il gioco.

Il testo di DAVIDE DONELLI
Si rende oggi necessaria un'opera di demolizione del mito dell'artista - divo che produce soltanto capolavori per le persone più intelligenti. Occorre far capire  che finchè l'arte resta estranea ai problemi della vita, interessa solo a poche persone. E' necessario oggi, in una civiltà che sta diventando di massa, che l'artista scenda dal suo piedistallo e si degni di progettare l'insegna del macellaio (se lo sa fare). E' necessario che l'insegnante di musica abbandoni ogni aspetto romantico e diventi un uomo attivo fra gli altri uomini, informato sulle tecniche attuali, sui materiali e sui metodi di lavoro e, senza abbandonare il suo innato senso estetico, risponda con umiltà e competenza alle domande che il prossimo gli può rivolgere.
L'animatore musicale ristabilisce oggi il contatto, da tempo perduto, tra arte e pubblico, tra arte intesa in senso vivo e pubblico vivo. (…) Non ci deve essere un'arte staccata dalla vita: cose belle da guardare e cose brutte da usare. Se quello che usiamo ogni giorno è fatto con arte (non a caso o a capriccio) non avremo niente da nascondere.
A chi opera nel campo della animazione musicale resta un compito da fare: sgomberare la mente del prossimo da tutti i preconcetti sulla musica e sui musicisti, preconcetti di origine scolastica dove si condiziona un individuo a pensare in un certo modo per tutta la sua vita, senza tener conto che la vita cambia, oggi più rapidamente di prima. Quindi fare opera di divulgazione, a livello popolare, dei metodi di lavoro degli animatori musicali , di quei metodi che noi crediamo siano più veri, più attuali, più atti a ristabilire quei rapporti risolutivi dei problemi estetici collettivi. Chi partecipa a un laboratorio progettato da un animatore musicale, avverte la presenza di un artista che ha lavorato anche per lui, migliorando le condizioni di vita e favorendo la trasformazione di un rapporto col mondo dell'estetica.
(…) Spero vivamente che altri operatori musicali facciano anche loro opera di divulgazione di questo nostro metodo di lavoro che, ogni giorno, nei rapporti col prossimo, si conferma sempre più come il metodo più adatto, per ora, a riconquistare la fiducia e a ridare un senso all'attuale modo di vivere.

Il testo di PAOLO CERLATI
L’autore è un artista italiano vivente, non musicista.
Progettare è un’avventura: un viaggio, in un certo senso. Si parte per conoscere per imparare. Si accetta l’imprevedibile. Se ti spaventi e cerchi subito riparo in un portone – nell’antro caldo e accogliente del già visto, del già fatto – quello non è un viaggio. E’ come andare a Bombay e mangiare in un ristorante italiano.
Se invece hai il gusto dell’avventura, non ti nascondi e vai avanti. Ogni progetto è una storia che ricomincia e tu sei in una terra inesplorata. Sei un Robinson Crusue dei tempi moderni.
[…] "Impara tutto sulla musica e il tuo strumento, poi dimenticalo e suona come ti pare" penso lo dicesse Charlie Parker. Lo stesso io credo si debba fare con l’animazione e l’insegnamento.
Creare significa scrutare nel buio. Con tenacia, con ostinazione, addirittura con insolenza. Ci sono momenti di sospensione e di attesa che generano ansia, ma se non affronti la sfida, non ti resta altro che accettare il riferimento dell’esistente. In quel momento comincia l’accademia. Quando cerchi le tue certezze in qualcosa, allora quella non diventa la radice del tuo pensiero, ma piuttosto la stampella del tuo non-pensiero: diventa il rifugio della tua paura.
Avventura è anche sbagliare percorso. Il rischio va affrontato: se vuoi essere sicuro vai nella strada maestra, ma questa non è esplorazione. Quando entri in una stanza buia dopo un po’ l’occhio si adatta: è una constatazione di carattere fisico. Anche lo spirito si adatta. E quello è l’inizio di un momento creativo.
Creazione forse dovremmo cambiare parola. Tutta l’avventura della progettazione è punteggiata di fasi esaltanti, ma il momento creativo vero e proprio, se mai esiste, lo si ricostruisce solo nella memoria.
Retrospettivamente, sei mesi dopo, un anno dopo, ti dici: quel giorno avvenne la svolta. E ti chiedi perché non ho sentito suonare le trombe o almeno le campane?
In realtà, quell’idea non è la solitaria manifestazione del genio, né la parola sussurrata all’orecchio dalla Musa. E’ la sintesi di tutto il lavoro di ricerca, di sperimentazione che hai fatto prima è il "Provando et riprovando" di galileiana memoria. L’idea discende in modo così naturale dal processo, che è veramente difficile riconoscere il momento in cui scaturisce.
Sono considerazioni che fanno parte della mia personale lotta di liberazione dalla mitologia della ‘creazione’: L’artista non è colui che possiede il ‘dono’: è chi padroneggia una Teknè e la usa per raggiungere il suo obiettivo, che è l’arte."
[…] Dice Neruda uno fa il poeta, quello che ha da dire lo dice in poesia. Io, animatore, la morale non la predico, la suono e la compongo. Cercando di mantenere il senso profondo del nostro mestiere, l’animazione come servizio, come progetto di convivenza"
[…] Il laboratorio, in un certo senso, non finisce mai. Io credo che le musiche, come i progetti di animazione, siano fabbriche in-finite, e non-finite. Non bisogna cadere nella assurda trappola della perfezione: l’animazione è creatura viva, che si modifica con il tempo e l’uso. Noi viviamo con le nostre creature, siamo legati a loro dal cordone ombelicale di un’avventura che continua.
Il concetto di laboratorio in-finito, di opera im-perfetta dà sostanza all’idea che lanimazione sia un’arte contaminata.
Contaminata da tutto ciò che c’è di brutto nella vita: i quattrini, il potere, l’urgenza, le complicazioni; ma al tempo stesso contaminata da tutto quello che c’è di più bello, sano, autentico: le radici, l’innovazione, la natura, i bisogni della gente.
Queste contaminazioni, buone e cattive, sono i limiti, i confini che il nostro mestiere ci impone.
Ho detto ‘ci impone’, ma avrei dovuto dire ‘ci offre’ perché i condizionamenti, i vincoli, gli obblighi non sono un impedimento. Anzi arricchiscono "l’animazione".
[…]Io credo che l’uomo abbia sempre desiderato l’ubiquità, e in qualche modo adesso ci sia arrivato. Solo che la nostra ubiquità non è fisica, è tecnologica; come si dice oggi virtuale.
I legami con il mondo ce li offre la tecnica: è una opportunità che i nostri antenati non avevano, e per me rappresenta un grande lusso. Telefono, fax, modem, Internet mi consentono di vivere di fronte al mare, che è come la zuppa cosmica in cui tutti viviamo, vero Internet della psiche collettiva […] La vita sociale, l’incontro, lo scambio sono necessari tanto quanto in altri momenti è necessario un rifugio.
[…] E’ un po’ come comporre un grande mosaico: devi lavorare da vicino, perché ogni tessera va collocata esattamente; ma poi ogni tanto devi allontanarti, se no perdi il quadro complessivo.
[…] C’è un uso leggero dell’intelligenza, e un uso pesante. Ecco, quello che io cerco di fare è un uso leggero dell’intelligenza. Non è un programma, non è un’ideologia, né un proclama, semplicemente mi viene bene così.
L’animazione è un gioco paziente. Nel nostro lavoro non c’è una partenza sparata. Non si fa pressing. Nessuno dice: "E’ così, e basta". Le idee devono decantare un po’, come il vino: solo se fai in questo modo riesci a distinguere ciò che è buono davvero.
Lasciare che le idee decantino significa fare lavoro d’équipe sul serio, perché vince l’ipotesi migliore, da chiunque provenga.
Si fa un gran parlare di teamwork, quando spesso non è altro che un passaggio a cascata: uno fa una cosa, la passa a un altro che fa un’altra cosa con minori gradi di libertà, poi lui la passa a un altro ancora con sempre minor gradi di libertà. Non è questo che intendo. Il lavoro di équipe è quando lanci un’idea, ti ritorna, diventa un ping-pong; lo si gioca in quattro, in sei, in otto, a una tale velocità che le palline si incrociano. Tutto si confonde. Quando alla fine l’oggetto è concepito, non riesci più a capire chi ci ha messo che cosa.
[…] La progettazione non è un’esperienza lineare, cioè hai un’idea, la metti su carta, poi la segui e buonanotte. E’ invece un processo circolare: la tua idea viene disegnata, provata, ripensata, ridisegnata tornando infinite volte sullo stesso punto.
Sembra un metodo così empirico poi se vai a vedere scopri che è tipico di tantissime altre discipline… Nella ricerca scientifica ti trovi di fronte equazioni con troppe variabili, le variabili della natura sono virtualmente infinite. Allora ne fissi alcune in base a un’intuizione che nasce dalla tua esperienza. L’equazione a quel punto si può risolvere. Poi, sperimenti quello che hai trovato. Se non funziona, ricominci. Formuli un’altra ipotesi, ci torni sopra, e così via.
Nel processo, stringi i cerchi, come il falco che cala sulla preda.
Attenzione: la circolarità, in questo senso, non è solo metodologia, o peggio ancora procedura. E’, per dirla grossa, una teoria della conoscenza. Provare e riprovare non serve solo a correggere gli errori, è un percorso per capire la qualità di un progetto, di un materiale, di una luce, di un suono.
Nell’antichità, progettare significava anche inventare le macchine necessarie per la realizzazione dell’opera. … Lo strumento e il risultato erano figli di un’unica esperienza, di un medesimo processo.
Il momento sperimentale non è l’esecuzione dell’opera che un altro ha scritto e dirige: è interpretazione, è parte del processo creativo. Lavorando in modo circolare il gesto tecnico ritorna centrale, riconquista la sua dignità.
Sperimentare serve a ricongiungere l’idea e la sua produzione materiale…
Saper fare le cose non solo con la testa, ma anche con le mani: potrebbe sembrare un’intenzione un po’ programmatica e ideologica. Non lo è. E’ invece un modo di salvaguardare la libertà creativa. Se proponi di usare in modo inconsueto un materiale, una tecnica…, un elemento…, c’è sempre un momento in cui ti senti rispondere: "Non si può fare".
Semplicemente perché nessuno ci ha provato prima. Ma se ci hai provato tu, allora puoi insistere: e così ottieni gradi di autonomia progettuale che altrimenti non avresti.
[…] Il problema è: in che modo praticare la propria moralità senza essere moralisti? In che modo ostinarsi senza diventare dogmatici?
Io credo che, come c’è un uso leggero dell’intelligenza, ci sia anche un uso leggero del metodo.
[…] Per esempio, apparentemente libertà e disciplina sono in contraddizione. Ma è davvero così?
La disciplina è il limite, ma anche il contenitore della libertà: ciò che le dà forma. Questi due elementi coesistono e interagiscono. In musica è il foglio bianco che ti paralizza non il condizionamento del contesto. Il contesto è ricchezza, è un materiale da cui attingere, è una partitura da interpretare.
Un rapporto simile si può vedere tra originalità e memoria. L’arte è un continuo rifarsi a quel che è già stato; talvolta è rapina, perché cita, interpreta, manipola ciò che è stato.
L’invenzione musicale non può prescindere dalla storia, dalla tradizione, dal contesto ... Può decidere di contrapporsi a tutto questo, ma anche così ne tiene conto, seppur in termini di opposizione, di rovesciamento.
Altra cosa è fingere l’assenza di memoria. Non c’è nulla di più ridicolo che la smania di essere originale a tutti i costi. Il desiderio di stupire è un classico dell’insicurezza, di chi deve far vedere per forza quanto è bravo.

[…] Quelli che per noi sono i classici erano a loro tempo grandi innovatori. Guardare ad essi deve significare riscoprire i valori, non i risultati: se no si applica una cifra formale, ma si tradisce l’intenzione autentica.
Come sempre, il tentativo di aggirare la complessità porta all’impoverimento: da un lato quelli che vogliono dimenticare tutto, dall’altro quelli che non vorrebbero cambiare nulla.
Il tema della creatività,, che attraversa un po’ tutte queste antitesi, si ripropone nel contrasto tra istinto e ragione.
In anni di lavoro mi sono reso conto che il cosiddetto istinto, ciò che guiderebbe l’arte e l’invenzione, altro non è che un processo rapido di sintesi, un pensiero razionale in versione turbo.
Una volta il parlare di intuizione mi infastidiva, me ne vergognavo un po’, perché mi sembrava che riproponessi in modo mascherato concetti come il dono dell’artista, la parola della Musa: insomma le cose che ho sempre detestato. Adesso non mi vergogno più, perché ho capito che l’intuizione non è altro che la mia esperienza metabolizzata. Se io guardo un progetto sono molto più rapido di un altro, vedo subito le cose importanti; ma il genio non centra nulla; è il mestiere. Lo stesso fa il pescatore esperto, o il cercatore di funghi. O il jazzista che improvvisa.
Di recente ho sentito suonare Keith Jarrett dal vivo, alla Scala. Possiede talmente la musica, tutta la musica, che nella sua improvvisazione cita con la massima naturalezza classico, be-bop, rock, folk. Le mani vanno da sole, sanno dove andare.
[…] L’animatore lavora con gli strumenti che il suo tempo gli offre… rifiutare di misurarsi con la cultura materiale contemporanea è assolutamente sterile, forse anche un po’ masochista.
Mettiamola così: la tecnologia è come l’autobus. Se ti serve per andare dove vuoi tu, lo prendi; se fa un’altra strada, no. Ascoltare la stessa musica su un lettore CD o su un giradischi a manovella non interferisce in alcun modo con la sua qualità poetica. … La tecnologia serve, si utilizza ai massimi livelli, ma non si ostenta.
[…] L’universalità del linguaggio non dipende dalla velocità di comunicazione, ma ne è certamente influenzata. Le nuove tecnologie mettono in contatto le genti e le culture con una facilità che la storia umana non aveva mai sperimentata. Io credo al valore positivo di questa possibilità.
[…] Riportare le strutture all’essenziale significa lavorare per sottrazione, en in questo c’è un gusto un po’ iconoclasta.
Togliere è una scommessa, un gioco. Quando hai finito di togliere, sai che cosa è realmente necessario; e allora il re è nudo, perché tutto quello che c’era in più, sai che in fondo era superfluo. … Quando cerchi la leggerezza, automaticamente trovi un’altra cosa preziosa, importantissima sul piano del linguaggio poetico: la trasparenza. A forza di togliere, togli anche opacità al materiale…. La leggerezza è uno strumento, e la trasparenza è il contenuto di una poetica: questo è un passaggio molto importante.
[…] La qualità si basa sulla perfetta coerenza con il risultato di tutti i componenti.
[…] Diceva Eraclito che non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume.
Tutto scorre, e cambia fra le nostre dita: fare tesoro di quelle grandi miniere che sono l’esperienza e la memoria non significa riproporre soluzioni identiche. …
Forse il segreto è non tenersi i sogni nel cassetto. Bisogna usarli. Bisogna osarli. …. Se sei veramente convinto della bontà di un progetto, lo realizzerai, prima o poi: perché avrai la costanza di riproporlo, di svilupparlo, di migliorarlo. E quando l’avrai realizzato, farai un passo avanti, per poi farne un altro più tardi: perché l’avventura continua.
[…] Abitare la frontiera significa eludere i confini.
Io ho scelto di lavorare confondendo le acque e mescolando le discipline. Non mi interessano le differenze tra le arti e le scienze, mi interessano le similitudini. E ce ne sono molte: le stesse ansie, le stessa attese, la stessa ricerca di regole da imparare e poi sovvertire. E’ la prospettiva infinita della ricerca, che è la stessa per tutte le discipline. Dice Norberto Bobbio: Sono arrivato spesso alle soglie del tempio, ma non ci sono mai entrato, tale è l’inadeguatezza delle nostre mani rispetto allo slancio delle nostre idee.
Non si può entrare nel tempio, nessuno ci riesce. E non si deve nemmeno cercare una perfezione intoccabile: la perfezione uccide la ricerca, e uccide la musica.
Pierre Boulez disse una volta che la ricerca è come la fame: ti tormenta finchè non la soddisfi, poi ricomincia.
Nel cinquecento, i medici di Padova trafugavano i cadaveri per studiare l’anatomia umana. Negli stessi anni Galileo studiava il moto delle stelle. Il cannocchiale era stato inventato per avvistare le navi; lui invece aveva deciso di usarlo per indagare gli astri.
Sono immagini che per me rappresentano molto. Un modo di concepire l’umanesimo: il nostro passato, certo, una grande tradizione dietro alle spalle: ma essenzialmente una formidabile lezioni di autonomia di pensiero, di coraggio nell’esplorare l’ignoto.
Anche l’animatore, l’insegnante, il musicista sono degli esploratori: vivono sulla frontiera, e ogni tanto sconfinano, vanno a vedere che cosa c’è dall’altra parte. Usano anche loro il cannocchiale per cercare quello che sui sacri testi non è scritto.
Abitare la frontiera significa essere un po’ apolidi, perché si sente di non appartenere fino in fondo a nessuno dei due litiganti. Questo scatena sempre l’accusa di ambiguità.
Ma se ambiguo è colui che affronta la scommessa della complessità, allora accetto, anzi rivendico la definizione. Perché la doppiezza così intesa ha una grande dignità.
Io credo che l’animatore, l’insegnante o il musicista debba avere una doppia vita. Da una parte il gusto dell’esplorazione, della frontiera, il non accettare mai le cose così come si presentano: un approccio disubbidiente, trasgressivo, anche un po’ insolente. Dall’altra parte una gratitudine vera, non rituale verso la storia e verso la natura; i due contesti in cui l’animatore, l’insegnante o il musicista affonda le sue radici. Forse questa doppia vita è l’essenza di quello che si potrebbe definire un possibile approccio umanistico, oggi.


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