Gianni Nuti
INSEGNA
RE A RISVEGLIARE LA MUSICA

 
Quasi trent'anni fa ci avvicinammo alla musica per inseguire due ragazze del cortile che avevano deciso d'iscriversi all'istituto musicale. Prima di toccare uno strumento siamo stati costretti, per ben un anno, a sventolare l'aria da destra verso sinistra, sillabando fonemi al nostro orecchio insulsi. La musica ha significato quindi imparare una disciplina astratta, una specie di purga resa accettabile dagli insegnanti che lasciavano presagire futuri gloriosi: quello di diventare un grande e famoso concertista, di quelli scapigliati, bislacchi e tenebrosi, un po' come quell'icona di gomma che in televisione decanta la bontà di una bevanda «buona qui e anche qui» dopo che ha finto di dirigere, con sovrumana fatica, una sinfonia di Beethoven. Per fortuna lo strumento che avevamo scelto (senza peraltro sapere nulla degli altri) era la chitarra, che poteva servire anche per cantare a squarciagola la Canzone del sole di Battisti con gli amici e “arpeggiarsi addosso” inconsolabili malinconie adolescenziali: quella diventò la musica per noi.
La spinta ad approfondire lo studio della musica attiva partì dal constatare quanto una canzonetta fosse inadatta a manifestare in forme profonde e complesse la nostra vita interiore in evoluzione.
Negli ultimi tempi, dopo quasi vent’anni d’insegnamento strumentale e di attività concertistica, ci siamo trovati come docenti di metodologia dell’educazione musicale di fronte a futuri insegnanti di scuola materna ed elementare convinti che far musica significhi solfeggiare e imparare il jingle della pasta con un triste e frequentemente stonato flauto di plastica. Nessuno si sentiva in possesso del talento per eccellere, pertanto non considerava la musica come affar suo. Parafrasando Gadda, il talento è il pidocchio nel pensiero sull’arte, esso impedisce ai più di risvegliare la propria vocazione alla formatività.
Il corso in oggetto è quello di Laurea in Scienze della Formazione Primaria dell’Università della Valle d'Aosta, che vede impegnati 26 studenti per 60 ore nel primo semestre dell’a.a. 2001-2002.
Ci siamo proposti allora di trasformare tutti gli studenti del corso in creatori di forme musicali, esortandoli a fare altrettanto con i bambini che incontreranno nella loro vita professionale.
Il primo passo è stato esortare a liberarsi d’alcuni principi sclerotizzati da anni in comode categorie concettuali.
Non esiste una separazione tra suono e rumore, esistono fenomeni sonori strutturati o destrutturati, vettori di messaggi sensoriali ed emozionali diversi: Ravel, che non era certo un compositore futurista, confessava che la più importante fonte di musica della sua infanzia era stata la fabbrica del padre: se pensiamo al Bolero non è difficile immaginare il moto perpetuo originato da un sistema di grandi ingranaggi.
La musica è tutta popolare, è espressione dell’animale uomo e della sua vita sociale, la musica colta è solo il risultato di un sistema di scambio-dati quantitativamente più rilevante (la scrittura su pentagramma ha consentito una diffusione ampia d’informazioni nei luoghi e nella storia) ed è governata da precise regole di divisione del lavoro musicale (compositore da una parte, interprete dall’altra).
Tutto il mondo fa musica e se è vero che occorrono codici culturali per la comprensione del linguaggio, i bambini ancora non pienamente acculturati al sistema tonale occidentale possono familiarizzare con la musica d’ogni angolo della terra, evitando di avvertirne la totale estraneità in età adulta, abituandosi così a vivere in una società multiculturale, alla convivenza tra espressioni dell’io sonoro differenti eppure autentiche, distinguendole dalle mistificazioni (come la world music) che snaturano ogni specifico culturale a vantaggio di una comune omologazione, facile e dozzinale merce.
La musica non s’insegna, si scopre esiste già in ogni manifestazione dell’uomo.
Quando parla o canta: con il ritmo delle parole, il colore della sua voce, l’intonazione del periodo; la voce serve ai bambini per cantare canzoni dell’infanzia come per manifestare con uno slogan l’appartenenza ad un gruppo, per invocare uno spirito magico, per protestare, per impossessarsi dell’anima sonora degli oggetti e degli animali riproducendone i versi.
Quando si muove e tocca: organizza il tempo sezionandolo in pulsazioni, disegna curve come melodie d’amore o segmenti come frasi dance, inspira come un crescendo ed espira come un diminuendo, percuote, pizzica o sfrega oggetti affettando una cipolla o grattandosi la schiena ritmando il suo gesto.
Quando guarda e ascolta: legando una canzone ad un viso, una dolcezza giacente in un angolo della memoria a lungo termine, sentendo risuonare dentro di sé una melodia accorpata ad un paesaggio immaginario mai visto, solo divinato.
Per questo abbiamo ripensato alla notazione inventando infinite modalità di rappresentare il suono, dall’ideografia alle virgole ascendenti e discendenti come usavano i monaci medievali in Occidente o i tibetani ancor oggi, associando un pallino grande a un suono forte e, ad uno piccolo, uno sussurrato.
La vocalità non si è limitata alla tecnica della direzione corale o dell’apprendimento classico di una canzone (peraltro importantissima), ha anche valorizzato lo specifico espressivo delle vocali per esternare emozioni, delle consonanti per segmentare il tempo, dei fonemi per stantuffare come locomotive o cinguettare. La bocca fa musica quando canta, così come quando sbaciucchia a tempo, soffia o schiocca la lingua sul palato; non esiste un suono bello uguale per tutti i popoli della terra o un unica voce per pregare: se per noi un canto a Maria dolcissimo e pulito è il modello perfetto dell’invocazione, per un monaco buddista è una lunga litania grave emessa con voce roca, ingolata e nasale. Se ci pensiamo, non è peraltro così dissimile da un rosario che i contadini brontolavano la sera al canto del fuoco…
Il laboratorio di percussioni ha fatto scoprire come si possa sublimare, in uno scenario musicale e una poliritmia complessa, una banale sequenza di gesti quotidiani, compiuti con mezzi poveri come le scope o le carte da gioco, o ancora con oggettistica e materiale d’ufficio.
L’espressione corporea non ha solo trovato spazio tra i passi di danze figurate a schiera o in coppia, ma ha rivelato come un’aria antica e struggente possa avvicinare corpi estranei ad occhi chiusi, rompendo barriere artificiali tra i corpi, liberando energie emotive insospettate; oppure come la paralisi di un arto possa diventare il perno a margine del quale inventare inedite manifestazioni della propria corporeità, così come partire da una sola cellula musicale permette di edificare un’intera città di suoni, variando altri parametri attorno a quell’idée fixe.
Abbiamo infine invitato i nostri studenti a fare dell’esperienza musicale in classe un evento, ideando ogni volta un esordio sorprendente e un finale intenso, affinché sia salvo l’intento chiave del fare musica: vivere, in un racconto, un’esperienza metaforica della realtà, ma dalla lontananza, in ambiente spaziale e temporale protetto. In questo modo sarà insieme un’esperienza ludica e gnoseologica autentica, perché susciterà una mescolanza di stupore e vertigine. Il mondo, per essere visto e conquistato, va immaginato, nella bellezza, con emozione intensa e i sensi vigili: la musica per questo può molto.
Al corso è seguita un'appendice attiva: un'attività di tirocinio messa a punto con il docente e condotta in molte scuole elementari e materne della Valle d'Aosta articolata in 4 incontri di un'ora e mezza ciascuno. I temi conduttori dei progetti hanno ruotato attorno a sigle televisive e radiofoniche, spot pubblicitari e impiego di supporti didattici multimediali. Il gradimento delle scuole è stato altissimo e ha indotto il rettore ad appoggiare la pubblicazione di un CD rom multimediale contenente e la parte di ricerca di tecniche della comunicazione mediatica e quella di applicazione pratica in forma di schede didattiche comprensive di filmati e materiale audio raccolto durante le esperienze degli studenti sul campo. La pubblicazione verrà presentata all'apertura dell'anno accademico 2002-2003.

Per contatti: Gianni Nuti cluster.aosta@libero.it


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