Quasi trent'anni
fa ci avvicinammo alla musica per inseguire due ragazze del cortile che
avevano deciso d'iscriversi all'istituto musicale. Prima di toccare uno
strumento siamo stati costretti, per ben un anno, a sventolare l'aria da
destra verso sinistra, sillabando fonemi al nostro orecchio insulsi. La
musica ha significato quindi imparare una disciplina astratta, una specie
di purga resa accettabile dagli insegnanti che lasciavano presagire futuri
gloriosi: quello di diventare un grande e famoso concertista, di quelli
scapigliati, bislacchi e tenebrosi, un po' come quell'icona di gomma che
in televisione decanta la bontà di una bevanda «buona qui e anche qui»
dopo che ha finto di dirigere, con sovrumana fatica, una sinfonia di
Beethoven. Per fortuna lo strumento che avevamo scelto (senza peraltro
sapere nulla degli altri) era la chitarra, che poteva servire anche per
cantare a squarciagola la Canzone del sole di Battisti con gli amici e
“arpeggiarsi addosso” inconsolabili malinconie adolescenziali: quella
diventò la musica per noi.
La spinta ad approfondire lo studio della musica attiva partì dal
constatare quanto una canzonetta fosse inadatta a manifestare in forme
profonde e complesse la nostra vita interiore in evoluzione.
Negli ultimi tempi, dopo quasi vent’anni d’insegnamento strumentale e
di attività concertistica, ci siamo trovati come docenti di metodologia
dell’educazione musicale di fronte a futuri insegnanti di scuola materna
ed elementare convinti che far musica significhi solfeggiare e imparare il
jingle della pasta con un triste e frequentemente stonato flauto di
plastica. Nessuno si sentiva in possesso del talento per eccellere,
pertanto non considerava la musica come affar suo. Parafrasando Gadda, il talento
è il pidocchio nel pensiero sull’arte, esso impedisce ai più di
risvegliare la propria vocazione alla formatività.
Il corso
in oggetto è quello
di Laurea in Scienze della Formazione Primaria dell’Università della
Valle d'Aosta, che vede impegnati 26 studenti per 60 ore nel primo
semestre dell’a.a. 2001-2002.
Ci
siamo proposti allora di trasformare tutti gli studenti del corso in
creatori di forme musicali, esortandoli a fare altrettanto con i bambini
che incontreranno nella loro vita professionale.
Il primo passo è stato esortare a liberarsi d’alcuni principi
sclerotizzati da anni in comode categorie concettuali.
Non
esiste una separazione tra suono e rumore,
esistono fenomeni sonori strutturati o destrutturati, vettori di messaggi
sensoriali ed emozionali diversi: Ravel, che non era certo un compositore
futurista, confessava che la più importante fonte di musica della sua
infanzia era stata la fabbrica del padre: se pensiamo al Bolero non è
difficile immaginare il moto perpetuo originato da un sistema di grandi
ingranaggi.
La musica è tutta popolare,
è espressione dell’animale uomo e della sua vita sociale, la musica
colta è solo il risultato di un sistema di scambio-dati quantitativamente
più rilevante (la scrittura su pentagramma ha consentito una diffusione
ampia d’informazioni nei luoghi e nella storia) ed è governata da
precise regole di divisione del lavoro musicale (compositore da una
parte, interprete dall’altra).
Tutto il mondo fa musica
e se è vero che occorrono codici culturali per la comprensione del
linguaggio, i bambini ancora non pienamente acculturati al sistema tonale
occidentale possono familiarizzare con la musica d’ogni angolo della
terra, evitando di avvertirne la totale estraneità in età adulta,
abituandosi così a vivere in una società multiculturale, alla convivenza
tra espressioni dell’io sonoro differenti eppure autentiche,
distinguendole dalle mistificazioni (come la world music) che snaturano
ogni specifico culturale a vantaggio di una comune omologazione, facile e
dozzinale merce.
La musica non s’insegna, si scopre
esiste già in ogni manifestazione dell’uomo.
Quando parla o canta:
con il ritmo delle parole, il
colore della sua voce, l’intonazione del periodo; la voce serve ai
bambini per cantare canzoni dell’infanzia come per manifestare con uno
slogan l’appartenenza ad un gruppo, per invocare uno spirito magico, per
protestare, per impossessarsi dell’anima sonora degli oggetti e degli
animali riproducendone i versi.
Quando si muove e tocca:
organizza il tempo sezionandolo in pulsazioni, disegna curve come melodie
d’amore o segmenti come frasi dance, inspira come un crescendo ed
espira come un diminuendo, percuote, pizzica o sfrega oggetti affettando
una cipolla o grattandosi la schiena ritmando il suo gesto.
Quando guarda e ascolta:
legando una canzone ad un viso, una dolcezza giacente in un angolo della
memoria a lungo termine, sentendo risuonare dentro di sé una melodia
accorpata ad un paesaggio immaginario mai visto, solo divinato.
Per questo abbiamo ripensato alla notazione
inventando infinite modalità di rappresentare il suono, dall’ideografia
alle virgole ascendenti e discendenti come usavano i monaci medievali in
Occidente o i tibetani ancor oggi, associando un pallino grande a un suono
forte e, ad uno piccolo, uno sussurrato.
La vocalità
non si è limitata alla tecnica della direzione corale o
dell’apprendimento classico di una canzone (peraltro importantissima),
ha anche valorizzato lo specifico espressivo delle vocali per esternare
emozioni, delle consonanti per segmentare il tempo, dei fonemi per
stantuffare come locomotive o cinguettare. La bocca fa musica quando
canta, così come quando sbaciucchia a tempo, soffia o schiocca la lingua
sul palato; non esiste un suono bello uguale per tutti i popoli della
terra o un unica voce per pregare: se per noi un canto a Maria dolcissimo
e pulito è il modello perfetto dell’invocazione, per un monaco buddista
è una lunga litania grave emessa con voce roca,
ingolata e nasale. Se ci pensiamo, non è peraltro così dissimile da un
rosario che i contadini brontolavano la sera al canto del fuoco…
Il laboratorio di percussioni
ha fatto scoprire come si possa sublimare, in uno scenario musicale e una
poliritmia complessa, una banale sequenza di gesti quotidiani, compiuti
con mezzi poveri come le scope o le carte da gioco, o ancora con
oggettistica e materiale d’ufficio.
L’espressione corporea
non ha solo trovato spazio tra i passi di danze figurate a schiera o in
coppia, ma ha rivelato come un’aria antica e struggente possa avvicinare
corpi estranei ad occhi chiusi, rompendo barriere artificiali tra i corpi,
liberando energie emotive insospettate; oppure come la paralisi di un arto
possa diventare il perno a margine del quale inventare inedite
manifestazioni della propria corporeità, così come partire da una sola
cellula musicale permette di edificare un’intera città di suoni,
variando altri parametri attorno a quell’idée fixe.
Abbiamo infine invitato i nostri
studenti a fare dell’esperienza musicale in classe un evento, ideando
ogni volta un esordio sorprendente e un finale intenso, affinché sia
salvo l’intento chiave del fare musica: vivere, in
un racconto, un’esperienza metaforica della realtà, ma dalla
lontananza, in ambiente spaziale e temporale protetto. In questo modo sarà
insieme
un’esperienza ludica e gnoseologica autentica, perché susciterà
una mescolanza di stupore e vertigine. Il mondo, per essere
visto e conquistato, va immaginato, nella bellezza, con emozione intensa e
i sensi vigili: la musica per questo può molto.
Al corso è seguita un'appendice attiva: un'attività di tirocinio
messa a punto con il docente e condotta in molte scuole elementari e
materne della Valle d'Aosta articolata in 4 incontri di un'ora e mezza
ciascuno. I temi conduttori dei progetti hanno ruotato attorno a sigle
televisive e radiofoniche, spot pubblicitari e impiego di supporti
didattici multimediali. Il gradimento delle scuole è stato altissimo e ha
indotto il rettore ad appoggiare la pubblicazione di un CD rom
multimediale contenente e la parte di ricerca di tecniche della
comunicazione mediatica e quella di applicazione pratica in forma di
schede didattiche comprensive di filmati e materiale audio raccolto
durante le esperienze degli studenti sul campo. La pubblicazione verrà
presentata all'apertura dell'anno accademico 2002-2003.
Per
contatti: Gianni Nuti cluster.aosta@libero.it |