UNO SPOT SULLO SCAFFALE 2000/2001
I lettori di Musicheria raccontano di incontri interessanti, emozionanti, a volte addirittura entusiasmanti, con un libro, un disco, un musicista, un'esperienza, un'idea...

MAURIZIO SPACCAZOCCHI - E' giunto il tempo di...
…dire alla musica quello che vorrei dire alla politica e alla economia del mondo… I
E’ giunto il tempo di chiedere alla musica del mondo di cantare per una vita più giusta.
Troppo suono sociale ha fatto perdere il senso e il valore che aveva il suono vitale.
Da noi si canta, si balla, si suona per nulla:tutto è superfluo, tutto è in più, tutto è pagabile affinché il suono sociale no-stop possa ammutolire l’urlo d’aiuto che da secoli giunge da altre voci, da altre vite!
Queste sono le voci di bambini che non hanno nemmeno un soldo per comprare il fiato utile a tenere attaccata la loro vita sulle loro spalle.
Queste sono le voci delle madri di questi bambini che cantano da tempo il dolore e la rabbia di tanta ingiustizia.
Queste sono le voci dei padri che, non avendo più parole, sono stati costretti a far cantare le armi per dare una patria alle loro famiglie.
Queste sono le voci strazianti di tutte quelle anime che, la nostra sordità e cecità, ha mandato a cantare in cielo.
A tutti i “musicisti” e a tutti gli inermi “ascoltatori” che ora sono in cielo a cantare la storia di  questa infinita strage:
Come faremo a fargli capire che non era tanto colpa delle religioni?
Che non era tanto colpa di un disperato kamikaze?
Ma che era invece colpa nostra, della nostra ricca ignoranza, della nostra superba confusione musicale:
Come un pianoforte non calmerà mai il pianto di un bambino ammalato di aids, così un computer, molto meno di un pezzo di pane, potrà placare la fame di tanta gente assetata solo di  vita.
Solo di una semplice vita!
E’ giunto il tempo di chiedere alla musica del mondo di cantare per una vita più giusta!

DAVIDE DONELLI - Nomadi nella giungla
"Ricostruire questo universo in continua trasformazione significa maneggiare un mixer olografico, cursori e manopole che ci consentono di intervenire sul materiale preesistente e manipolarlo, rendendolo, attraverso questo atto creativo, accettabile per le nostre orecchie"[1]
Mettiamoci per una volta dalla parte del pubblico, dell'ascoltatore più o meno scaltro di fronte a repertori diversi, a musiche particolari, con le orecchie piene di canzoni dal formato radiofonico: brevi concise e rapide, easy listening o, se preferite, di facile ascolto. E' risaputo che la musica viene generalmente accettata, gradita e apprezzata a patto che risponda a codici più semplici, alle volte superficiali, purchè conosciuti, consueti e familiari. Un ascolto "facile" che si interrompe di fronte a generi più "impegnati", ma l'impegno richiesto non è poi così gravoso: occorre semplicemente rimanere all'erta, con le orecchie tese a cogliere quanto succede, evitando di relegare la musica a semplice sottofondo passivo, mantenendola in primo piano anche nei propri pensieri.
In questo lavoro cercheremo di dare ai lettori qualche appiglio a cui aggrapparsi, qualche riferimento immediato che permetta loro di avvicinarsi a un modo di fare musica ricco di richiami, echi, assonanze, a partire dalla convinzione che qualsiasi ascolto risulta accessibile a patto che si abbiano informazioni di carattere non solo musicale, ma anche culturale, sociale e, perché no, politico: aneddoti, biografie, curiosità, episodi di costume, eventi artistici in senso lato.
Le note che vi presentiamo sono state stese prima e dopo la Conversazione concerto[2] tenutasi in occasione della presentazione del disco We did it, We did it  di Tiziano Tononi e the Society of Freely Syncopated Organic Pulse, dedicato al grande musicista americano Roland Kirk.[3]
SONO SOLO ETICHETTE . Sarebbe comodo poter suggerire un nome  con cui sintetizzare la musica di Tiziano Tononi: una semplice etichetta. Potrebbe andar bene il termine jazz, forse, ma risulterebbe un po' troppo ampio: la storia del jazz è affollata di musiche, modi di praticarla, sonorità anche fra loro contrastanti. In effetti si tratta di musica jazz, ma non solo. E' musica improvvisata e scritta che si muove fra oralità e scrittura. Da un lato la logica consequenziale della scrittura, con precisi temi di riferimento, cambi e capovolgimenti di fronte, concertazioni e alternanze fra break soli duetti trii situazioni con formazioni allargate. Una organizzazione che nella scrittura risulta più afferrabile, chiara, memorizzabile, almeno per noi occidentali. Dall'altro la logica estemporanea, coinvolgente e partecipatoria dell'oralità, la dimensione concertistica vera e propria. Non tanto musica libera, free, quanto di liberazione: che sprigiona energie, idee, emozioni, potenzialità e tensioni espressive. Musica spontanea, istintiva e allo stesso tempo intellettuale, fatta con il corpo e con la mente, per il corpo e per la mente o meglio ancora: da sentire con il corpo e da ascoltare con la mente. Musica di ricerca (che cerca intorno), creativa (capace di creare qualcosa che prima non c'era), d'avanguardia (che avanti guarda), colta, (con riferimenti culturali).
Dobbiamo rassegnarci all'idea che non esiste uno scaffale preciso per questa musica. Forse è da abbandonare la prassi di ordinare per genere la libreria musicale, non è più funzionale alla ricerca: è troppo generico e fuorviante. Forse tutta la produzione musicale si sta spostando in questa direzione.
VIAGGIANDO .
Un carattere della musica di Tiziano che non può essere tralasciato è una sorta di "nomadismo psicologico"[4], un piacere di errare fra identità sempre variegate, di giocare a spezzettarle moltiplicandole per incrocio. C'è il piacere di fuggire, di cambiare habitat e paesaggio di riferimento, scoprendo di volta in volta il panorama da ammirare: fermarsi solo un attimo per poi ripartire. C'è un gioco di citazioni da svelare, frammenti tagliati e incollati ad arte, proposti a più riprese, ritornelli non nel senso classico della forma canzone ma in quello di brevi ritorni.
"I musicisti hanno sempre rubato, preso in prestito, scambiato oppure imposto influenze, ma negli ultimi cento anni  la musica è divenuta insaziabile nella sua disponibilità: in un certo senzo vampiresca, colonialista nel suo rabbioso sfruttamento, irrequieta, decentrata ma anche desiderosa di essere informata e arricchita da nuovi stimoli e dal trasferimento di doni."[5]
Collegamenti a musiche apparentemente lontane (Ellington Wonder Reich Hendrix Marley Varese) ma anche a brani originali: ponti cavalcavia tangenziali e diramazioni verso altre musiche. Una ricchezza polifonica che rende visibile lo scambio e l'intreccio, che non coordina solo armonie diverse ma avvicina i conflitti e intreccia i dissidi. In questo continuo movimento il montaggio si fa regola, il collage perviene a una metodologia di ricerca, la contaminazione delle culture musicali favorisce la nascita di possibili patchwork, tessuti con cui rappresentare il proprio mondo musicale coesistono senza superarsi ma integrandosi. Si perviene così a un ibrido, un meticcio, frutto dell'assimilazione di generi, repertori, stili. E' proprio ciò che musicalmente avviene in We did it. Ci si scopre ad ascoltare secondo due atteggiamenti differenti ma complementari: uno analitico, attento e pignolo nell' afferrare registrare cogliere comprendere quanto avviene nel flusso sonoro, l'altro più empatico ed emozionale, disponibile a lasciarsi andare facendosi prendere da questo scorrere irregolare. Forse non è necessario schierarsi in favore dell'uno o dell'altro, probabilmente occorre alternarli a piacere, lasciandosi swingare ora verso l'uno ora verso l'altro.
SOGNANDO .
"I sogni svolgono un ruolo importante nella vita e nello sviluppo musicale di Kirk e proprio a un sogno si deve la sua peculiarità di strumentista. Nel 1952, infatti, il giorno dopo aver sognato di suonare tre strumenti contemporaneamente, in un negozio di musica, Kirk trova due sassofoni appartenuti a una banda militare spagnola di inizio secolo: lo stricht e il manzello. Il primo è una sorta di contralto, ma dritto; il secondo, pur essendo curvo come un contralto, suona come un soprano. Lavorando sulla diteggiatura studia una tecnica per suonare simultaneamente stricht, manzello e sax tenore. Ciò a cui tende è lo sviluppo di un'armonia tripartita, tecnica in evidenza nel suo primo lavoro, un disco di rhythm and blues del 1956, intitolato, non a caso, Triple Threat (tripla minaccia)."[6]
NELLA GIUNGLA
.
Alle volte è possibile perdersi: manca una melodia, un canto, una voce precisa da seguire, una traccia che faccia da guida. Si entra in un ambito propriamente sonoro. Il sound diviene e rimane l'unico indizio sicuro. Le voci si spezzano, si frammentano in modo imprevedibile e irregolare. Si entra in una foresta, o meglio, in una giungla. Richiami ed eco lontane che ci introducono in un mondo si ricordi e suggestioni: qui, come si diceva, è indispensabile ricorrere a un ascolto empatico lasciandosi andare, abbandonandosi, dando fiducia. La suggestione è forte, pare musica da film o una sonorizzazione per un documentario, natura allo stato brado, musica che suggerisce ed evoca le origini di uno stile, di un modo di comunicare.
Strumenti a corda sezionati, pizzicato spettrali, raccapriccianti ostinato di organo, un clarinetto serpeggiante. Roland Kirk inveisce contro quel che sembra un giocattolo a batteria: "Le note nere del mistero rubate e contraffatte per anni…Ascolta!" grida… "Apri le orecchie…ascolta!". Un bicchiere va in frantumi. "Ho cercato di ricreare l'atmosfera dei racconti gialli che sentivo molto tempo fa alla radio".[7]
Sembra che manchi una sintassi: suoni in libertà come le parole dei futuristi, immagini sonore e analogie senza un filo conduttore, senza una chiara punteggiatura. Rimane solo la tecnica del montaggio a legare cose distanti, apparentemente diverse e ostili, con  una gradazione di analogie.
CON UNA BUSSOLA. Dopo le sensazioni catturate al momento, ecco la fase strutturale, più tecnica perché consapevole del discorso musicale; occorre munirsi di una bussola, puntarla e cercare di fare stabilizzare l'ago. Così facendo si alterna una dialettica sintetica che pulisce ordina e classifica a una dialettica sincretica che sporca e disordina, mescola frammenta e giustappone.
Sulle prime è necessario muoversi a tentoni, cercando di riconoscere alcuni caratteristici di questa musica: a riguardo ci vengono in aiuto alcuni lavori originali di Tononi nei quali è possibile trovare indizi sicuri, termini tecnici, alle volte da addetti ai lavori, però chiari e illuminanti comprendere meglio il come e il perché di tali scelte musicali.  Alcuni titoli contengono in modo esplicito parole chiave del suo modo di trascrivere interpretare e arrangiare: per esempio Juxtaposition: against/with - basato sulla dialettica contro/insieme dei vari strumenti, Variable density - una giungla variamente densa. Si tratta per lo più di episodi sonori di transizione che collegano, voltano pagina, conducono a un nuovo orizzonte. Già in altri lavori Tiziano ha seguito lo stesso procedimento ordinando i materiali per contrasto e opposizione o per somiglianza e affinità, come in Two: Quiet & Cold - la contrapposizione termica freddo-caldo è realizzata con timbri strumentali; creando un apparente disordine in Cluster & Chaos e proponendo suoni e percussioni diversamente abbinati in Wind chimes, bars & metals.
Titoli che vogliono in qualche modo orientare la mente dell'ascoltatore, suggerendo un elemento guida, un indizio o un termine che possa aprire territori di confine dai quali cominciare un percorso: viaggiando come nomadi nella giungla, sognando con una bussola in mano…
NOTE
1. Dalla Prefazione di Pierfrancesco Pacoda  a "Oceano di suono" di David Toop  edito da Costa  & Nolan, Ancona - Milano 1999
2. Conversazione concerto: Davide Donelli intervista Tiziano Tononi. Venerdì 15 Dicembre 2000 presso il Cineteatro di via Volta, Cologno M.se (MI) organizzato da Biblioteca Civica - Servizio Fonoteca - Comune di Cologno M.se
3. Tiziano Tononi We did it, We did it (Rahsaan & the none) SPLAS(H) RECORDS
4. Cfr. Massimo Canovacci "Polifonie metropolitane di strada per un Dioniso stra-vagante" contenuto in       PUM n°6 Luglio 1994 PCC Assisi.Atti del Convegno "La musica, la strada, la piazza" (Pelago 8/11 luglio 1993)
5. David Toop  op.cit. pag.26
6. Dall'opuscolo Tra i sogni di Rahsaan - Percorso di ascolto e lettura a cura della Biblioteca Civica del Comune di Cologno M.se (MI) e-mail: fonoteca@comune.colognomonzese.mi.it
7
. David Toop  op. cit. pag.11

DAVIDE DONELLI - Re dei bambini
Citazioni e frammenti, tratti da libri di recente pubblicazione, intorno alla figura dell'insegnante.

"Il re dei bambini" è il termine con cui comunemente vengono chiamati gli insegnanti in Cina, ma è anche il titolo di un racconto dello scrittore cinese Acheng che ha per protagonista un insolito maestro. "Re dei bambini" vuole essere un collage di citazioni e frammenti, tratti da libri di recente pubblicazione, scritti intorno alla figura dell'insegnante. Ppensieri, dubbi, esperienze, soddisfazioni, perplessità si alternano in un discorso a quattro voci con contesti di riferimento diversi: dalla Napoli di Marco Rossi Doria (Di mestiere faccio il maestro  L'ancora del mediterraneo - Napoli, 1999) al Marocco di Tahar Ben Jelloun (La scuola o la scarpa  Bompiani 2000), dalla Cina di Acheng (Il re dei bambini  Bompiani 2000) alla Roma di Sandro Onofri (Registro di classe  Einaudi  2000).
Culture, non solo pedagogiche, che si confrontano  e che sentono le medesime urgenze a cui dare risposte concrete ma anche ideali.
Ricordi
…per fare questo mestiere bisogna ricordare se stessi da piccoli e quando il ricordo non c'è perché si era troppo piccoli, allora bisogna ricordare i racconti dei grandi di quando si era troppo piccoli. (Rossi Doria - pag. 68) .
Le lezioni dovevano essere sul punto di cominciare, nello spiazzo davanti alle aule i ragazzi approfittavano del poco tempo rimasto per fare baccano, correndo a perdifiato e gridando con voci squillanti. Erano quasi dieci anni che avevo lasciato la vita scolastica e mi ero da tempo dimenticato di scene come questa: ritrovarmici improvvisamente mi fece sorridere, e sospirare.  Con aria perplessa Lao Hei disse: - Non sarà un'impresa facile! (Acheng - pag. 14)
I miei ricordi d'infanzia non sono tristi: come oggi, anche allora mancava tutto. La cosa faceva soffrire molto i nostri genitori. Però noi bambini ci divertivamo; ci piaceva giocare con i gatti morti. La nostra scuola era la moschea. Ci facevano imparare a memoria i versetti del Corano e li recitavamo senza capirli. Il maestro della scuola era un vecchio quasi cieco. Era un saggio. Diceva che l'Africa era la madre degli altri continenti, ma che si lasciava saccheggiare. Diceva anche: "E' ricco chi non possiede nulla", "E' ricco chi è libero", e aggiungeva: "Ma noi non siamo né ricchi né liberi, siamo schiavi del cielo e degli uomini che dettano legge". (Ben Jelloun - pag. 29)
Per reagire a questo stato di impotenza che mi prende di tanto in tanto, e in definitiva per tornare ad amare i miei alunni, ripenso a come eravamo noi, alla loro età. Non io, certo, perché io ero un ragazzo strano per molti versi, avevo un rapporto schizofrenico con la scuola, fatto di grandi amori e di grandi odi. Ma i miei amici, i miei compagni di classe, gran parte dei quali oggi sono meccanici, carrozzieri, operai. Qualcuno è andato a finire male, qualcun altro è riuscito meglio ma in genere sono tutti, siamo tutti, potenziali padri di questi giovani. Noi non eravamo così. Come eravamo?   Cerco di mettere a fuoco i ricordi di quando ero ragazzino. Una volta. Forse era alle medie, le nostre professoresse ci portarono a una rappresentazione teatrale. (…) Quel giorno dovettero interrompere lo spettacolo non ricordo quante volte. (…) Fu una cosa impossibile da gestire. (…) Storia vecchia, dunque. Eppure c'è qualcosa di diverso e di nuovo. Perché quella dei miei compagni fu la reazione normale di ragazzini irrequieti. (…) I miei alunni restano per la maggior parte con le mani buttate sul banco e la testa buttata sulle mani, le palpebre a metà, dalle nove alle tredici. Indifferenti, apatici, indolenti. E fuori di scuola non sono molto diversi. (Onofri - pagg. 67 -69)
Vicinanze
Il tempo non cambia niente. Hanno la stessa felicità semplice che avevamo noi, gli stessi timori, i medesimi nostri sedici anni. E ci guardano come noi guardavamo i nostri professori, la fiducia e la ricerca di una rassicurante confidenza  sono proprio uguali. (Onofri - pag. 56)
Segno sul taccuino che ci sono giornate in cui i bambini da soli capiscono tutto, proprio tutto, giornate che ti uniscono ai bambini per sempre perché ti riconciliano con te stesso bambino, giornate del coraggio e della buona sorte in cui tutto è in gioco e ti capita di saper giocare, giornate in cui tutto viene fuori senza che saprai mai come; mio Dio quanto avvicina questo mestiere alla propria infanzia, quanto, non si può neanche dire quanto. (Rossi Doria - pag. 89)
E' così che scopro che a furia di chinarmi di accovacciarmi io mi metto sempre di più con gli occhi di fronte agli occhi a turno di ognuno ed è lo sguardo alla stessa altezza che costruisce pazienza, aiuta a portare le cose a compimento è il fare le cose da vicino; sì che sono grande e che sono più alto ma mi metto qui ora: è questa vicinanza che permette di pacare il moto dei loro corpi e la voce che grida. (Rossi Doria - pagg. 82-83)
Oppure quando non piove tiro due calci a pallone con i miei alunni di terza che fanno educazione fisica al campetto. Come ho fatto oggi. Abbiamo giocato una mezz'ora, poi prima che suonasse la campanella abbiamo preso una lattina alla macchinetta della Coca-Cola , e ci siamo seduti sugli scalini della palestra a chiacchierare un po'. (…) Esiste un mestiere più bello del mio? (Onofri - pag. 32)
Reale e quotidiano Si deve perdere tempo con le persone nella città, nel quartiere, nel paese dove si insegna. Sarebbe meglio vivere dove si fa scuola, sempre. (Rossi Doria - pag. 96)
Come in ogni posto del mondo, il primo giorno di scuola è un giorno di festa. Qui, non è una festa come le altre. I ragazzi fanno baccano, urlano, si tirano i gessi. Si divertono. Per loro la scuola è una ricreazione, una curiosità. Accorrono per vedere se il maestro è in gamba.  Io stesso mi chiedo se sono in gamba.  Cosa vuol dire qui? Essere gentile e al tempo stesso severo. E io non sono né troppo gentile né troppo severo. E' possibile essere in gamba nel villaggio del nulla, dove non è stato sepolto un solo santo, dove non si è fermato nemmeno un profeta? Devo abituarmi all'idea che, per questi bambini, la scuola è come il circo che passa una volta all'anno. Che cos'è la scuola per un bambino che non ha da mangiare quando ha fame? Come spiegargli che è necessario passare per la scuola per non patire più la fame, un giorno? (Ben Jelloun - pag. 25)
Quando ero ragazzo e andavo a scuola mi battevo ferocemente e urlavo per strada perché la vita vera irrompesse senza pietà nella scuola. Ora sto andando via da questo luogo dove ho appreso il mio mestiere e mi dico: che questi anni in questa scuola siano almeno serviti a questi bambini per aiutarli a contenere le parole  e i segni delle cose che intanto avvenivano nella loro vita vera. Perché per fortuna la scuola rimane un posto intermedio e non è la vita vera. (Rossi Doria - pag. 100)
Non mi scrivete cose stereotipe, tipo "la bandiera rossa sventola, il suono dei tamburi da guerra fa tremare il cielo". Quante bandiere rosse avete visto voi? E chi di voi ha mai sentito i tamburi che segnano l'inizio della battaglia? (…) Eliminate tutto questo, non serve! Raccontate qualcosa in modo chiaro, ad esempio scrivete di quando venite a scuola , cominciate a scrivere a che ora vi alzate, che fate, come arrivate in classe, quello che vedete per strada… (Acheng - pag. 47)
Cosa possiamo fare? In una realtà di questo tipo, così nuova e così compatta nel resistere a qualsiasi stimolo di innalzamento culturale, la scuola avrebbe bisogno di agganci sul territorio, nella vita concreta del paese. Ma qui l'amministrazione è completamente sorda. Noi siamo impotenti. La cultura del soldo è dominante (…) Qui il mito sono i padroni di ristorante sulla costa, gli albergatori, i titolari di ditte edilizie. E andrebbe anche bene, se ci fosse davvero uno sbocco professionale per tutti. Mentre invece non è così. (Onofri - pagg. 98-99)
Argini e cornici …in tutto l'universo mondo eppure ci vorrebbe un argine un solido argine e io appena appena arrivato sono frastornato sgomento dispiaciuto deluso impaurito perché qui non c'è argine a quel che un adulto può portare  in un luogo per bambini…(Rossi Doria - pag. 61)
E' facile che chi insegna si comporti in modo severo, come se si trattasse di portare a termine un compito di produzione assegnato dall'azienda centrale. Ora che era toccato a me, provavo simpatia per gli alunni e gradualmente mi convinsi che bisognava insegnare anche con una certa allegria e vivacità. (Acheng - pag.67)
Avevo appena finito di parlare che all'improvviso un alunno dell'ultima fila disse a voce alta: - Ma che razza di professore è lei! Non ho mai visto nessuno insegnare così.  Ci insegni piuttosto quello che deve: prima le parole nuove poi come si divide il testo in paragrafi, il significato generale di ciascun paragrafo e alla fine l'idea principale del testo e lo stile. Ci faccia imparare a memoria quello che dobbiamo imparare a memoria e ci dia i compiti se necessario. Persino io so come si fa.  Nella sua brigata lei non doveva essere un granchè nel lavoro e allora è venuto qui a guadagnarsi il pane con meno fatica -. (Acheng - pag. 25)
Sul treno penso: è meglio molto meglio partire irremovibili e poi lasciare che il contrario mobile movibile venga avanti piano piano dai bambini ma dentro la cornice che hai scelto che hai prefigurato e stabilito tu, solo tu piuttosto che essere subito travolti e dovere reagire ad un urto che ti investe, urlare fermare concludere ogni costruzione per disperazione perché non tieni più il campo il che costa una fatica fisica e infligge un senso di sconfitta una afflizione smisurata che non si sa neanche dire: e poi non ci riesci più a tenerli lo stesso, sei perso e loro i bambini lo sanno lo annusano con assoluta certezza ed è lì che scantoni è lì che può capitare di urlare minacciare, sì anche umiliare strattonare far volare uno schiaffo: orrende cose terribili improvvise dannate. Si è così, è proprio così tu devi proprio tenerli i bambini per dare per prendere per incontrare ognuno, lo devi pur tenere conservare serbare dare sostegno è così; andamento disciplinare della classe c'è scritto sull'ordine del giorno della riunione ma è sempre questo l'ordine del giorno sempre; prendo il taccuino e lo scrivo che ci vuole la cornice per tenere l'andamento. (Rossi Doria - pag. 75)
Forse desidero un arbitraggio con qualcuno che costringa a dire e commentare insieme e che detti pacatamente stabilisca e vigili sulle condizioni e i limiti entro cui noi adulti possiamo occupare questo luogo così come noi facciamo per i bambini nelle nostre classi  o forse, se un arbitraggio e un argine è chiedere troppo, aspiro almeno a un apprendistato guidato protetto, un apprendistato per me che ho ventidue anni che sono appena arrivato con qualcuno che ascolti mitighi indirizzi e che avvii  chi ha appena messo un piede qui dentro sul come stare in questo vortice di adulti che stanno in un posto per i bambini ma questo qualcuno non c'è, l'apprendistato lo devo fare da solo. (Rossi Doria - pag. 62)
La preoccupazione per l'ordine e per il disordine io non l'ho saputa ancora eliminare. Non mi abbandona mai. C'è certamente un'ansia mia di voler regolare il tempo e il mondo che forse potrei superare arrendendomi almeno un poco alla tirannia del caso che appare la linfa sotterranea che governa nel bene e nel male un gruppo di bambini. (…) " perchè questo mestiere" mi ha detto il mio collega Salvatore "è più di ogni altra cosa l'arte di indirizzare bene l'atteso imprevisto". (Rossi Doria - pagg. 97-98)
Espressioni
Uno due tre quattro cinque/La terza è proprio dura/Finita la scuola/Di tremila caratteri saprem la lettura/Cinque quattro tre due uno/In terza ci facciamo onore/I temi che scriviamo/Della nostra fronte sono il sudore (Acheng - pag. 66)
Da allora smisi di insegnare seguendo il testo. Dedicavo le lezioni alla spiegazione dei caratteri  e assegnavo temi sugli argomenti più vari. Dopo due settimane i ragazzi cominciarono a lamentarsi della difficoltà e diventarono inquieti. Naturalmente ebbi anch'io qualche esitazione. Ma vedendo che giorno dopo giorno riuscivano a esprimersi più chiaramente, e che quello che scrivevano, pur conservando una certa rigidità, era almeno farina del loro sacco, decisi di continuare a tormentarli. (Acheng - pag. 51)
Così, per farli sentire di più a casa loro e non in una cella, e in definitiva per fargli scoprire che ci si può divertire anche con una penna in mano, ogni tanto decido di aprire i cancelli e li lascio liberi di scrivere senza regole, così come si sentono, con una traccia molto labile, e con una lingua il più possibile vicina a quella che usano parlando. Anche in dialetto, se ne hanno bisogno. I risultati, in questi casi, sono spesso interessanti, e qualche volta sorprendenti, perché accade che i più somaroni se ne escano con testi originali e pieni di invenzioni. (Onofri - pag. 58)
Uscendo dopo di loro scorsi l'insegnante della porta accanto e le chiesi: - Tu insegni musica? -. Lei mi guardò e rispose: - Ma no. -E allora perché li hai fatti cantare? - chiesi -. C'era un tale chiasso che non sono riuscito a continuare la lezione-. Allora lei rispose: - Era quasi ora di ricreazione. Ai ragazzi fa piacere cantare e poi non è durato più di qualche minuto. Anche tu puoi farli cantare. (Acheng - pag. 23)

TULLIO VISIOLI - Roma, la musica come vibrazione visiva
Il divino è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame:
e si muta come il fuoco quando unito agli aromi
prende il nome del piacere che a ciascuno è proprio.
Eraclito

Mutamenti…Al di là dell'apparenza cercare ciò che è sostanziale, ciò che è essenziale.
Quando mi stabilii a Roma, più di dieci anni fa, cercavo il “suono” di questa città, ascoltavo gli spazi, cercavo qualcosa di familiare. Come avevo sempre fatto, com’era per me naturale quando abitavo sulle rive del Po, quando la nebbia fitta ci faceva al massimo intravedere o immaginare qualcosa e alterava, trasformava i suoni in un’esperienza immediatamente musicale. Ma si trattava anche di musica, quando dalla mia stanza, di solito dopo mezzanotte, cominciavo a sentire i “solisti dell’opera”, nella vicina osteria o quando parlavo con Abelardo Lanari, violinista e altosassofonista, un pioniere del jazz italiano che per un noto compositore e amico aveva coniato il seguente epitaffio: “E’ musicista ma non è musicale”. E per capire questo nuovo linguaggio musicale, il jazz, non si erano certo fatti spedire delle partiture dall’America, no…per loro la musica era qualcosa di concreto, era suono, era un particolare aspetto della fisicità. Ascoltavano di notte la radio e captavano, assimilavano così tutto l’udibile “via etere”. E girano tuttora delle leggende, come quella di Gorni Kramer, che pare fosse in grado di ascoltare le orchestre swing alla radio e di trascrivere subito dopo l’intera partitura. E come non ricollegarci allo stupore che destò il giovane Mozart quando trascrisse il Miserere di Allegri dopo averlo ascoltato una sola volta dai cantori della Cappella Sistina? Sì, perché la partitura era “segreta”, non era possibile accedervi per vie normali, non era possibile vederla, studiarla, tradurla in suoni… E in quest’episodio c’è forse un indizio di come suoni questa città, del suo modo di essere capitale della musica. Anch’io, ad un certo punto, ho compreso che cercavo a Roma qualcosa di analogo alle esperienze che avevo avuto nel passato: le nebbie, l’acqua, il paesaggio della pianura, la passione per l’opera lirica…e mi lamentavo di non percepire nulla, quasi che le cose, gli ambienti fossero isolati, muti. “Questa città non suona, non riesco a sentirla!”…può sembrare un ben strana espressione, ma sono certo che i musicisti e gli appassionati di musica possono comprendere questo disagio. Sapevo in ogni modo di sbagliare, sapevo di non aver trovato la chiave che mi avrebbe di nuovo rimesso in sintonia. E i segni, le indicazioni, i messaggi ricorrenti, arrivano sempre puntuali, come un sogno ricorrente nel quale mi s’invitava a dipingere, a giocare coi colori o il barbone casualmente incontrato per la strada che ti chiede notizie dei tuoi quadri. Finché non ho collegato il tutto e ho compreso che questo mio cercare con le orecchie non bastava, che questi spazi richiedono, giustamente, uno sforzo più grande, quello di vedere il suono, di percepirlo come vibrazioni di colore, come visione. Sì perché qui il suono è vibrazione luminosa, qui il suono non ti pervade come qualcosa di concreto, ma è soprattutto percezione visiva, come la partitura del Miserere di Allegri tenuta gelosamente nascosta, il Respighi dei poemi sinfonici dedicati a Roma o la più antica visione del Somnium Scipionis, che attraversa secoli di visione acustica dell’universo, passando da Boezio e approdando  alla Musurgia Universalis di Athanasius Kircher. Boezio e Kircher, entrambi operarono a Roma; l’ultimo ci arrivò a causa di un imprevisto nel 1633 e il papa di allora, Urbano VIII, non lo lasciò più partire…Questa città suona, eccome! Ma per percepirne il senso di capitale della musica, non basta un ascolto passivo, ci vogliono applicazione, attenzione e una dedizione costanti. E’ una città troppo importante, troppo preziosa per svelarsi senza che ci si sforzi almeno un poco di comprenderla e, una volta che si è afferrato qualcosa, non bisogna cessare neppure un istante di esercitare la propria attenzione e quanto ci sia da apprendere, nemmeno lo si può immaginare.
C’era un tempo in cui i musicisti ottenevano in premio di soggiornare a Roma, come un privilegio.
C’è un tempo nel quale anch’io, nel mio “piccino”, ho compreso di aver ottenuto un mio personale ed intimo Prix de Rome.

VOLANDO CON IL PENSIERO - Testo a cura di Luisa Castelluzzo, classe IV liceo musicale "F.A. Bonporti", Trento, classe di didattica della musica.
Molte volte mi capita di ascoltare della musica ed entrare in rapporto con lei, capire cosa vuole dire anche se non con le parole. Ci sono momenti in cui il mio stato d’animo è particolarmente predisposto a stabilire un contatto molto forte con quello che sto ascoltando che riesco ad estraniarmi dal mondo terreno e vagare con la mente verso mondi inesistenti.
Mi è successo, a proposito, di poter ascoltare un pezzo di Ennio Morricone intitolato “Peachenine Rag”, utilizzato dalla mia classe di “didattica della musica” per il progetto ”Il Viaggio”; lo abbiamo scelto come musica da viaggio per “trasportarci” dalla nostra Nazione in Palestina. Ascoltandolo, dopo aver aggiunto un effetto del rumore di un treno, sono stata immediatamente trascinata verso un luogo sconosciuto da un treno veloce e rumoroso. Guardando dal finestrino sentivo le grida dalla gente ferma in stazione che salutava con un fazzoletto bianco in mano esclamando: “Buon viaggio!”. La campana di partenza ha suonato più volte e… sono partita.
La musica prendeva sempre più velocità e il mio treno continuava a correre attraverso infinite praterie bagnate dal calore del sole. A volte rallentava per “prendere fiato”, poi ripartiva sempre più veloce e grintoso.
Il mio udito era rivolto alla musica, strumento per strumento: i raggi del sole cadevano leggeri sull’erba, il vento faceva ondeggiare dolcemente i fiori , e ancora, il movimento del treno in cammino era descritto dai suoni incisivi del pianoforte come fluido ma, energico. Il mio sguardo era, invece, coinvolto dai paesaggi che si creavano intorno a me magicamente mentre la musica continuava a “viaggiare”.
La mia mente stava viaggiando verso luoghi sconosciuti, attraversando paesaggi mai visti. Era facile, divertente e potevo io stessa creare con tutta la mia fantasia il mondo che in quello momento preferivo. E’ bastato chiudere gli occhi e rilassarmi facendomi trasportare dalla musica che, secondo il mio parere, è il mezzo più veloce per attraversare continenti e oceani e per provare quei “brividi” di emozione che mi permettono di vivere al meglio il mio viaggio.  
Riferimenti a Progetto “Il Viaggio”, classe di Didattica della musica; musica “Peachenine Rag” di Ennio Morricone.

UN'EMOZIONE UNIVERSALE - Testo a cura di Arianna Majer, classe III liceo musicale "F.A. Bonporti", Trento, classe di didattica della musica.
Frequentando la classe di didattica della musica, svolgerò un lavoro di ricerca personale che si baserà principalmente sul rapporto bambino\musica; il soggetto e l’argomento principale del mio lavoro sarà il bambino in relazione alla musica. Inoltre nel corso della ricerca studierò ed osserverò il bambino in fase pre e neonatale, esaminando ciò che questo percepisce trovandosi ancora nel grembo della madre: la musica, i suoni, la voce della mamma ecc.
Come ho avuto quest’idea? Cosa mi ha fatto pensare a questo? La risposta è molto semplice: sto vivendo un’esperienza abbastanza da vicino di una “nuova vita in arrivo”. Mi spiego meglio: avendo un’enorme passione per i bambini, in particolare per quelli piccoli, ogni volta che vedo il pancione di mia sorella, mi viene d’istinto la voglia di posarci una mano sopra, come se potessi “sentire” il bimbo; talvolta gli parlo, lo accarezzo dolcemente, ascolto i rumorini che produce, avverto i suoi movimenti quando scalcia…. Spesso mi interrogo su cosa egli senta da lì dentro, mi chiedo se possa percepire la musica come la percepisco io. Un fatto abbastanza singolare che si verifica in me quando vedo mia sorella con quella pancia, è che, se non sono di umore particolarmente buono o se mi sento un poco triste, subito mi rallegro e mi brillano gli occhi pensando a quel bambino!! Mi viene l’ispirazione per suonare: inizio con le classiche ninne nanne, con il violino o con il pianoforte, poi suono un pezzo di musica leggera (cerco di improvvisare le canzoni che sento alla radio), e infine qualcosa di musica classica (ad esempio gli studi che imparo per la scuola). In questi momenti penso e provo a immaginare quale musica sia di suo gradimento, cosa preferisca. A volte fantastico pensando che quel bambino abbia i miei stessi “gusti”, che abbia già delle preferenze; in verità non sono certa di questo, ma ritengo che la musica sia uno dei pochi mezzi di comunicazione tra noi due; sono certa che lui mi possa sentire, ma mi piacerebbe sapere cosa e come egli interpreta la musica, la mia ma non solo.
Tutto questo mi fa provare delle emozioni indescrivibili, ed anche il fatto di poter studiare ciò che riguarda il bambino in fase prenatale, cercando di capire come percepisce i suoni, i rumori, le voci e che effetto fa su di lui la musica, mi entusiasma tantissimo.
Non so se tutto questo dipenda dal fatto che amo tanto i bambini quanto la musica, ma posso affermare che ciò che provo in quei momenti è una sensazione magnifica, di improvviso benessere e gioia…!

UN'EMOZIONE UNIVERSALE - Testo a cura di Elisa Gabbi, classe IV liceo musicale "F.A. Bonporti", Trento, classe di didattica della musica.
Una nuova esperienza musicale, di qualsiasi natura essa sia e qualsiasi finalità possieda, costituisce sempre uno spunto per delle riflessioni, una sorta di porta aperta su altre realtà e altri valori a noi forse ancora sconosciuti. Credo sia fondamentale sperimentare ed immagazzinare esperienze musicali diverse fra loro, sia che di primo impatto risultino di nostro gradimento percettivo o meno, in modo da ampliare il più possibile gli orizzonti sonori della nostra mente.
Recentemente ho avuto modo di vivere un'esperienza musicale che si è rivelata molto speciale... All'interno del laboratorio della classe di didattica della musica che frequento è stata avanzata l'idea di progettare una serie di interventi in una scuola elementare con tema "il viaggio", una sorta di percorso virtuale tra alcune civiltà musicali extraeuropee. Quando il progetto è stato proposto, non avrei pensato che avrebbe creato un coinvolgimento emotivo così forte. Da sempre infatti, ognuno di noi convive con l'idea, sotto forma di concetto acquisito, che al mondo esistono luoghi diversi, persone diverse, tradizioni diverse, musiche diverse. Ma credo che sia ben altra cosa rendersi conto consapevolmente e attivamente delle differenze tra le varie culture. Mentre precedentemente ero solo a conoscenza dell'esistenza di altre realtà musicali, le attività in cui mi sono immersa grazie al progetto didattico mi hanno fatto comprendere a fondo l'importanza e l'autonomia della musica extraeuropea rispetto alla musica occidentale. Quando le attività sono iniziate, lo spirito che le animava era più di carattere scolastico che personale. Ma il grande potere emotivo della musica è riuscito a prendere il sopravvento trasformando le attività in un'esperienza profonda. E' bastato un canto infantile indonesiano a due voci accompagnato da un angklung e ho visto le bianche spiagge di quelle piccole isole, ho udito il fruscio del vento esotico tra le palme. Un gruppo di tamburi e djembè e ho percepito l'afoso tepore della giungla, ho sentito un leone ruggire e un torrente impetuoso scorrere nella foresta. E sono queste le cose che contano davvero. Ciò in cui l'uomo cerca l'emozione, un'emozione così naturale e spontanea che forse costituisce proprio quell'universale umano che tanto poeti, filosofi, pittori e compositori si affannano a cercare di esprimere.

Enrico Gerola - IL REQUIEM DI VERDI: IL MIO MOTORE QUOTIDIANO
La musica che accompagna la mia vita è la Messa da Requiem di G.Verdi, infatti, tutti i giorni o quasi la ascolto ricercando in essa la miglior forma di esistenza. Già molte volte, circa due anni fa, mi era capitato di ascoltare il Dies Irae di questo Requiem ma subito non avevo colto il significato profondo di quella musica. Dopo un po’ vidi alla TV una pubblicità con la musica del Dies Irae, da quel momento è esplosa dentro di me la voglia di trovare quel brano che mi aveva tanto emozionato. La ricerca è stata lunga perché a dire la verità non sapevo né come si chiamasse né di chi fosse, mi entusiasmava e basta. Un giorno trovai una cassetta e per pura curiosità la ascoltai: era il Requiem di Verdi! Non riuscii a trattenere la gioia e scoppiai a piangere dalla felicità. All’inizio ascoltavo solo il Dies Irae ma ben presto cominciai ad apprezzare ogni singola parte, ogni singola battuta. Qualsiasi, o quasi, pomeriggio della mia vita è accompagnato da questa musica meravigliosa, così incredibilmente piena, meditativa e profonda, che mi trasmette molto più di quanto mi può dire una qualsiasi altra musica. Quando ascolto il Requiem la mia anima entra in simbiosi con questa musica divina e sublime, che mi costringe quasi grazie ad una forza sovrannaturale a fermare ogni mia azione e a sedermi sul divano, dopo aver spento ogni luce, dopo aver cercato l’atmosfera più ascetica per potermi preparare psicologicamente ad un ascolto che so mi manderà in trance catartico. Il mio corpo rimane sul divano, ma la mia mente è perfettamente ed evidentemente staccata da ogni capacità sensitiva, a parte l’ascolto, ovviamente, infatti ogni altro umore all’infuori della mia sala d’ascolto è nulla e non viene recepito dalla mia anima che è immersa in simbiosi mistica con questa musica divina. Durante l’ascolto mi piace molto raccogliermi in me stesso, cercare di abbandonare ogni piacere o dispiacere terreno e resettare la mia anima per tornare ad affrontare la vita di tutti i giorni. Non sono incoerente quando dico che cerco di abbandonare i piaceri terreni, oltre ai dispiaceri, poiché essere troppo euforici, fuori dal normale non sia propriamente un bene per affrontare dei compiti o dei lavori particolari. Attraverso l’ascolto del Requiem mi tempro l’anima per affrontare la vita nel modo migliore e seguendo l’insegnamento del sommo Aristotele che diceva che il giusto sta nel mezzo, bisogna avere un atteggiamento equilibrato per condurre un’esistenza serena. Credo che questa musica assieme alla toccata e fuga in Re minore di J.S.Bach siano quelle che più avvicinano l’uomo a Dio (secondo Parmenide il Dio era identificabile nello "Sfero", figura equilibrata e perfetta per antonomasia).

MARIO PIATTI - Educazione e vita. In ricordo di Riccardo Massa
Non conoscevo personalmente Riccardo Massa. L’avevo incontrato di sfuggita una volta a un convegno a Milano. La sua prematura scomparsa, a soli 55 anni, ai primi di gennaio ha però lasciato in me un vuoto. Ho sempre letto con interesse i suoi libri. Avevo appena comperato "Cambiare la scuola. Educare o istruire?" (ed. Laterza 1997). Come mi capita spesso, stavo leggendolo saltando in qua e in là, giusto per farmi un’idea delle tematiche: anche con altri libri di Massa, questo mio leggere errabondo mi aveva dato sempre molti stimoli, anche per un ripensamento delle mie concezioni pedagogico-musicali. Per questo sentivo Massa come un amico-maestro.
Credo giusto ricordarlo qui, con due frammenti. Il primo è tratto dal capitolo ‘Educazione e vita’ del libro citato (pag. 120); il secondo è la frase finale (pag. 178).
"Per pensare la scuola occorre ripensare l’educazione. Per organizzare la scuola bisognerebbe riorganizzare quest’ultima. Per assegnare alla scuola il suo compito educativo preservandone la specificità sarebbe necessario riattivare una molteplicità di fonti e di sorgenti educative intorno e a fianco di essa. Questo significherebbe pensare, prima che alla scuola, al mandato educativo della comunità. (…) Dentro e fuori la scuola resta uno spazio vuoto, non solo di pensiero ma anche di azione e di rielaborazione. A poco servirà doversi inventare il parco giochi, la ludoteca, la festa per i bambini, l’animazione nel quartiere, il turismo locale. Qualcosa che faccia da surrogato a questa latenza educativa data irreversibilmente in pegno, dopo la crisi della modernità, ai grandi totalitarismi del Novecento. Essa viene delegata ai grandi magisteri religiosi, alle pratiche minute dello psicologismo selvaggio, alle chiacchere televisive. Il discorso sul nesso tra educazione e vita, pertanto, come quello tra scuola e educazione o tra scuola e vita, appare tacitato, censurato, occultato".
"Anche la scuola tradizionale è una forma di vita. Anch’essa incide i propri segni sulla carne dei ragazzi, non per quello che imparano ma per il tempo di cui sono espropriati, per gli orizzonti a cui sono sottratti. Non sappiamo più cosa significhi costruire un soggetto, educare un’anima, formare un individuo, istruire una mente. Ma possiamo oltrepassare la scuola. per tentare di riappropriarci – nell’azione e nella memoria – della nostra esistenza e dei nostri pensieri".

REDAZIONE - In ricordo di Don Aldo Ellena
Al momento di pubblicare il nuovo aggiornamento di "Musicheria" veniamo a conoscenza della morte di Don Aldo Ellena, promotore dell'animazione in Italia e fondatore della rivista "Animazione Sociale". Ci uniamo al cordoglio di tutti coloro che ne ricordano l'opera innovatrice, che ha stimolato tante coscienze nel lavoro sociale ed educativo, a cui anche il progetto del Centro Studi Musicali e Sociali Maurizio Di Benedetto deve molto.

MADDALENA PATELLA - "Per favore, qualcosa di sensazionale"
Rimini, inverno 1996, laboratorio sperimentale di musica e teatro con allestimento di uno spettacolo finale.
Un gruppo di persone si incontra il sabato pomeriggio all’Istituto musicale, musicisti, cantanti, animatori, studenti, insegnanti, casalinghe, bancari... e l’avventura comincia.
Non c’è autore, non esistono personaggi sulla scena, non risuonano parole, dialoghi e musiche, tutto verrà creato insieme, da teste e mani diverse, differenti emozioni e reazioni, modi di essere e di mettersi in gioco.
Il testo e la sceneggiatura nascono via via dalle suggestioni suggerite dalla musica, dapprima input sonoro, semplice idea, spunto melodico, poi discorso sempre più chiaro, definito, elaborato.
Le atmosfere evocate dalle improvvisazioni investono i corpi e scolpiscono le espressioni dei volti, giochiamo a lasciarci andare, ci tuffiamo nell’azione senza progetto, senza meta, liberi da maschere e preconcetti.
Le idee scaturiscono inaspettate, i personaggi affiorano da incontri impossibili, le musiche fluiscono come polifonie inesplorate, in una continua contaminazione di generi, stili, forme.

- Ulisse, irrequieto, vaga alla ricerca di se stesso sulle note di "Op, Op trotta cavallino", ninfe e pastori emergono dall’Arcadia intonando madrigali a 4 voci, ma si lasciano tentare dall’avventura di Internet
Le figure fluttuano tra i suoni, si incontrano, si trasformano, conquistano identità proprie, pretendono spazi in cui crescere e diventare protagoniste, suggeriscono trame, fanno nascere storie...
- Alceo costretto a recitare su una corda di sol si ribella al suo ruolo, i manager, automi in giacca e cravatta, attraversano la scena con simmetrie rigorose scandite da impulsi ritmici...
Le musiche si concretizzano in partiture che dettano legge all’azione teatrale, guidano i gesti, muovono i corpi sulla scena.
- Lui e Lei in un romantico duetto d’amore, Sancho, compagno di Ulisse nel viaggio virtuale tra bit e suoni elettronici, Penelope, solista in ciabatte e vestaglia rossa, Clori, voce infantile ingenua e maliziosa…
Il limite della cadenza musicale che scandisce i tempi e delimita gli spazi diventa opportunità per giocare con la fantasia. Le suggestioni musicali prendono corpo in forme mobili manovrate dal ritmo, i personaggi teatrali coincidono con i personaggi musicali.
- L’Autore sconfitto a terra privo di sensi, i personaggi lasciati senza briglia, frammenti di dialoghi, parole, suoni, crescendo finale, buio totale…
Sull’onda dell’emozione che mi evoca il racconto, rivivo l’esperienza di questo straordinario laboratorio lasciandomi trasportare da ricordi, immagini, sensazioni.
Otto mesi di lavoro, gioco, volo, viaggio, tra sperimentazione, improvvisazione, suoni, strumenti, partiture, costumi e infine la messa in scena, come naturale sbocco di un percorso di scoperta di sé, superamento di stereotipi, ampliamento di prospettive, ricerca ed invenzione continua.
"Per favore, qualcosa di sensazionale!" è il titolo dello spettacolo, slogan di chi cerca di farsi ascoltare emergendo da uno sfondo informe per esplorare strade sconosciute e aprirsi a nuovi incontri.
Un’esperienza corale, dove il gesto di ciascuno, pur specifico e particolare, ha partecipato alla condivisione di un’intensa emozione collettiva.
Grazie a Fabio, Spigolo e Marco che mi hanno coinvolta in questa storia esaltante.

LUISELLA ROSATTI - Percorsi di confine
Musica e ... colori, sapori, profumi, sensazioni tattili, racconti.
Abbiamo coltivato per un anno, come una piccola pianta pregiata che promette di diventare un grande albero, l'idea di viaggio.
Viaggiare, ovvero muoversi (dalle musiche quotidiane), spostarsi, attraversare luoghi o paesi diversi dal proprio, oltrepassare i confini della propria cultura musicale, rischiare di non capire dove si possa arrivare o di perdersi in facili sound dal sapore esotico; seguire un determinato percorso, sostare per vedere, sentire, assaporare, conoscere, emozionarsi, imparare, sviluppare particolari rapporti e attività o, semplicemente ... per divertimento. Dall'Enciclopedia della musica Garzanti alla voce divertimento: "Termine introdotto nella seconda met del sec. XVII per indicare una composizione vocale o strumentale profana di carattere leggero e ricreativo, priva di una forma propria. Nel secolo successivo 'divertimento' designa prevalentemente una composizione strumentale con carattere di suite, ossia contenente un numero variabilissimo (fino a dieci e più) di brani di varia forma [...]. Nell'Ottocento si intese sovente un pot-pourri e delle variazioni su motivi famosi. Dagli autori moderni il termine stato ripreso nel significato originario, per indicare composizioni strumentali in cui domini genericamente lo spirito del gioco [...]".
Abbiamo assunto dunque delle importanti regole di viaggio che solo casualmente ricalcano le tracce dei nostri illustri predecessori. Cercare delle musiche, vocali o strumentali, che, proposte in sequenza di tre o quattro, possano fungere da suite geografico-culturale.
Fare uso della variazione intesa come azione di modificazione della musica (timbrica, melodica, armonica): nel momento stesso dell'appropriazione (cantando e suonando pezzi che non appartengono alla nostra cultura) l'evento musicale modifica il suo senso culturale originario, assumendo un significato nuovo, filtrato dalla cultura e dalla musicalità di ciascuno di noi; variazione anche come azione attraverso vari linguaggi, per rendere l'esperienza più forte e significativa: musica e sapori di un luogo, musica e profumi, musica e sensazioni tattili derivanti dall'uso di particolari strumenti etnici, musica e racconti appartenenti a quel territorio.
Utilizzare principalmente il gioco come fattore educativo, realizzando in particolare un gioco di finzione: compiere un viaggio con la fantasia, che attivi per emozioni vere.
L'idea di viaggio implica da un lato la scelta di un possibile mezzo di trasporto che ci allontani dal nostro territorio musicale, dall'altro la preparazione di un 'bagaglio', qualcosa di nostro da portare ancora con noi. Abbiamo esaminato molte musiche, scegliendo quelle che secondo noi più si prestavano ad una condotta di ascolto simbolico; le abbiamo rielaborate dissolvendo, all'inizio e alla fine di ogni brano, particolari effetti sonori (ad esempio: la risacca del mare, per inabissarsi con un sottomarino sulla musica di Philippe Glass, oppure il soffio del vento, per camminare da una vetta all'altra del mondo su una corda da funambolo con la musica di Ravel, ecc.). Ne abbiamo realizzato un CD: "Musiche per partire". Ma abbiamo preparato con cura anche il nostro bagaglio: abbiamo scelto "Riu , riu, chiu", villancico anonimo del XVI secolo, composizione per quattro voci miste imparata qualche anno fa nelle esercitazioni corali; la suoneremo sempre, prima di intraprendere una nuova tappa del viaggio.
Ora che le carte di imbarco sono finalmente pronte, ci accingiamo a ripercorrere questo viaggio con i bambini di una scuola elementare. Le emozioni vissute ascoltando queste musiche sono state molte, come molto stato l'impegno e l'entusiasmo della preparazione. Ora ci aspetta l'emozione più grande: quella che avremo lavorando con i bambini nel riproporre un gioco, fatto di musiche che confinano con i colori, i sapori, i profumi, le sensazioni tattili, i racconti.
Viaggiare con loro sar davvero un divertimento? EU una scommessa.
E, si sa, dopo un lungo viaggio si torna volentieri a casa.

CECILIA PIZZORNO - Sono nata musicalmente...
Ho respirato musica fin da piccola, in casa. Mio padre suonava molti strumenti: chitarra, mandolino, clarinetto e fisarmonica. Alla sera, dopo cena, faceva musica: suonava e cantava e mio fratello ed io ci univamo a lui nel canto. La mamma "suonava i coperchi", un modo musicale per dire che lavava i piatti. Da sempre ricordo la musica come compagna di vita.
Non ricordo quando, avrò avuto due o tre anni, ero alle prese con un piccolo pianoforte a coda rosso, con il quale giocavo e nel corso degli anni mi piaceva inventare nuove canzoni e suonare ad orecchio […]. Accanto alle lezioni di pianoforte iniziarono le prime esperienze musicali extra-familiari ed il periodo degli innamoramenti… ascoltando ad un concerto jazz un pianista che stimavo ho avuto una folgorazione: o studiare con lui, o con nessun altro. E da quel periodo i colpi di fulmine sono stati moltissimi…
Oggi, uno degli ultimi colpi di fulmine.
Un’esperienza nuova che sto affrontando da alcuni mesi è il Progetto inCanto. E’ una ricerca longitudinale di sei anni, sullo sviluppo musicale dei bambini, iniziata da circa un anno a Bologna e Imola, condotta da Johannella Tafuri e Donatella Villa; si pone come obiettivo di verificare le conseguenze dell’ascolto prenatale e di un’attività musicale che inizi il più presto possibile. Al progetto partecipano gestanti a partire dal sesto, settimo mese di gravidanza che poi continuano con i loro bambini.
Appena venuta a conoscenza del Progetto inCanto, ho sentito il desiderio di partecipare attivamente. Da circa sei mesi anche a Lavagna (Genova) sono iniziati i miei incontri settimanali con le gestanti.
Gli appuntamenti collettivi sono dedicati al canto con accompagnamento di pianoforte, all’esplorazione della propria voce tramite vocalizzi, all’ascolto di brani appartenenti a generi musicali diversi e ad attività ritmico motorie (giochi musicali, ascolto attivo e danze). Tra un incontro e l’altro le gestanti dedicano al canto e all’ascolto diversi momenti durante la giornata utilizzando il repertorio degli incontri o brani scelti da loro. In questo modo le attività sono vissute in modo gratificante e rilassante.

Gli incontri collettivi permettono alle persone di intrecciare rapporti spontanei, costruiscono legami profondi, creando tra i membri del gruppo un gran senso di appartenenza e condivisione. Inizialmente le future mamme mostrano un po’ di timore verso le attività musicali, che considerano lontane dal proprio quotidiano e si sentono prive di competenze musicali. A poco a poco l’energia cresce e ognuna di loro si stupisce piacevolmente della propria capacità nel cantare intonato, nell’eseguire vocalizzi e accompagnare i canti con strumenti a percussione. Si inventano insieme giochi in eco ritmico e melodico, canti e si sperimentano movimenti e coreografie. L’esperienza è anche per me molto coinvolgente ed emozionante. Ogni gruppo opera al proprio interno naturali cambiamenti e si plasma sui desideri ed attese comuni. L’attenzione al mondo sonoro favorisce il benessere nei partecipanti ed una comunicazione profonda tra madre e figlio. Stanno nascendo
Le gestanti, ma soprattutto i loro bambini rappresentano oggi per me l’esperienza che più mi emoziona ed è fonte continua di linfa vitale positiva. Gli incontri virtuali che ho settimanalmente con questi bimbi sono attesi con trepidazione: ciascuno di loro è per me una "vecchia conoscenza" alla quale però sono impaziente di dare un volto.

ENZA NALBONE - Storia di chitarre e conchiglie
Sono una chitarrista e il mio incontro musicale che porterò sempre nel cuore non è stato con un grande musicista, un famoso compositore o comunque un personaggio interessante, credo che l'esperienza che ho vissuto sia stata ancora più importante: è accaduto due anni fa, sono andata in ferie in Portogallo per 20 giorni circa, premetto che quando vado via anche per soli due giorni mi porto sempre la chitarra, non sempre la suono però so che è lì e se  sento il bisogno di suonarla lo posso fare. Quella volta in Portogallo per problemi di bagagli sull'aereo non la portai. I primi due, tre giorni tutto bene, anche perchè ero così affascinata dalle bellezze di Lisbona che mi ero dimenticata di tutto il resto, ma verso il quarto giorno incominciavo a sentire un'inquietudine dentro, una smania di suonare la mia chitarra, che purtroppo non avevo, un pomeriggio presa proprio da una crisi di astinenza entrai in un negozio di strumenti musicali e con il pretesto di provare una Ramirez, suonai una buona mezz'ora, infine non avendo neanche i soldi per comprarla e notando che il negoziante incominciava a guardarmi con aria di chi vuole concludere un affare, a malincuore mi alzai e lasciai la chitarra al venditore. Però l'aver aver avuto l'opportunità di suonare non mi appagò completamente e continuai a sentirmi un'anima in pena. Qualche giorno dopo però accadde qualcosa di veramente magico, arrivai in Algarve una zona sul mare, con spiagge meravigliose e sulla spiaggia c'era una marea di conchiglie grandi, piccole, rigate, lisce, di tutti i colori un vero spettacolo, incominciai a raccoglierne un po' di tutto i tipi e poi ad una ad una le suonai, mi sembrava di avere in mano un'intera orchestra e il susseguirsi delle onde, il suono del mare completava questa bellissima esperienza musicale, appagando così il mio bisogno di suonare. Molte di queste conchiglie le ho portate con me, circa trecento, ne ho regalata una a tutti i miei allievi sperando di passare un messaggio: la grande musica del mare.


Torna alla pagina precedente