MAURIZIO
SPACCAZOCCHI - E' giunto il
tempo di...
…dire alla musica quello che vorrei dire alla politica e alla economia
del mondo…
I
E’
giunto il tempo di chiedere alla musica del mondo di cantare per una vita
più giusta.
Troppo suono sociale ha fatto perdere il senso e il valore che aveva il
suono vitale.
Da
noi si canta, si balla, si suona per nulla:tutto è superfluo, tutto è in
più, tutto è pagabile affinché il suono sociale no-stop possa
ammutolire l’urlo d’aiuto che da secoli giunge da altre voci, da altre
vite!
Queste
sono le voci di bambini che non hanno nemmeno un soldo per comprare il
fiato utile a tenere attaccata la loro vita sulle loro spalle.
Queste sono le voci delle madri di questi bambini che cantano da tempo il
dolore e la rabbia di tanta ingiustizia.
Queste sono le voci dei padri che, non avendo più parole, sono stati
costretti a far cantare le armi per dare una patria alle loro famiglie.
Queste sono le voci strazianti di tutte quelle anime che, la nostra sordità
e cecità, ha mandato a cantare in cielo.
A
tutti i “musicisti” e a tutti gli inermi “ascoltatori” che ora
sono in cielo a cantare la storia di
questa infinita strage:
Come
faremo a fargli capire che non era tanto colpa delle religioni?
Che non era tanto colpa di un disperato kamikaze?
Ma
che era invece colpa nostra, della nostra ricca ignoranza, della nostra
superba confusione musicale:
Come un pianoforte non calmerà mai il pianto di un bambino ammalato di
aids, così un computer, molto meno di un pezzo di pane, potrà placare la
fame di tanta gente assetata solo di
vita.
Solo
di una semplice vita!
E’
giunto il tempo di chiedere alla musica del mondo di cantare per una vita
più giusta!
DAVIDE
DONELLI - Nomadi nella giungla
"Ricostruire
questo universo in continua trasformazione significa maneggiare un mixer
olografico, cursori e manopole che ci consentono di intervenire sul
materiale preesistente e manipolarlo, rendendolo, attraverso questo atto
creativo, accettabile per le nostre orecchie"[1]
Mettiamoci
per una volta dalla parte del pubblico, dell'ascoltatore più o meno
scaltro di fronte a repertori diversi, a musiche particolari, con le
orecchie piene di canzoni dal formato radiofonico: brevi concise e rapide,
easy listening o, se preferite, di facile ascolto.
E' risaputo che la musica viene generalmente accettata, gradita e
apprezzata a patto che risponda a codici più semplici, alle volte
superficiali, purchè conosciuti, consueti e familiari. Un ascolto
"facile" che si interrompe di fronte a generi più
"impegnati", ma l'impegno richiesto non è poi così gravoso:
occorre semplicemente rimanere all'erta, con le orecchie tese a cogliere
quanto succede, evitando di relegare la musica a semplice sottofondo
passivo, mantenendola in primo piano anche nei propri pensieri.
In questo lavoro cercheremo di dare ai lettori qualche appiglio a cui
aggrapparsi, qualche riferimento immediato che permetta loro di
avvicinarsi a un modo di fare musica ricco di richiami, echi, assonanze, a
partire dalla convinzione che qualsiasi ascolto risulta accessibile a
patto che si abbiano informazioni di carattere non solo musicale, ma anche
culturale, sociale e, perché no, politico: aneddoti, biografie, curiosità,
episodi di costume, eventi artistici in senso lato.
Le note che vi presentiamo sono state stese prima e dopo la Conversazione
concerto[2]
tenutasi in occasione della presentazione del disco We did it, We did
it di Tiziano Tononi e the
Society of Freely Syncopated Organic Pulse, dedicato al grande
musicista americano Roland Kirk.[3]
SONO SOLO ETICHETTE
. Sarebbe comodo poter suggerire un nome
con cui sintetizzare la musica di Tiziano Tononi: una semplice
etichetta. Potrebbe andar bene il termine jazz, forse, ma
risulterebbe un po' troppo ampio: la storia del jazz è affollata di
musiche, modi di praticarla, sonorità anche fra loro contrastanti. In
effetti si tratta di musica jazz, ma non solo. E' musica improvvisata e
scritta che si muove fra oralità e scrittura. Da un lato la logica
consequenziale della scrittura, con precisi temi di riferimento, cambi e
capovolgimenti di fronte, concertazioni e alternanze fra break soli duetti
trii situazioni con formazioni allargate. Una organizzazione che nella
scrittura risulta più afferrabile, chiara, memorizzabile, almeno per noi
occidentali. Dall'altro la logica estemporanea, coinvolgente e
partecipatoria dell'oralità, la dimensione concertistica vera e propria.
Non tanto musica libera, free, quanto di liberazione: che sprigiona
energie, idee, emozioni, potenzialità e tensioni espressive. Musica
spontanea, istintiva e allo stesso tempo intellettuale, fatta con il
corpo e con la mente, per il corpo e per la mente o meglio ancora: da
sentire con il corpo e da ascoltare con la mente. Musica di ricerca
(che cerca intorno), creativa (capace di creare qualcosa che prima
non c'era), d'avanguardia (che avanti guarda), colta, (con
riferimenti culturali).
Dobbiamo rassegnarci all'idea che non esiste uno scaffale preciso per
questa musica. Forse è da abbandonare la prassi di ordinare per genere la
libreria musicale, non è più funzionale alla ricerca: è troppo generico
e fuorviante. Forse tutta la produzione musicale si sta spostando in
questa direzione.
VIAGGIANDO
. Un
carattere della musica di Tiziano che non può essere tralasciato è una
sorta di "nomadismo psicologico"[4], un piacere di errare fra
identità sempre variegate, di giocare a spezzettarle moltiplicandole per
incrocio. C'è il piacere di fuggire, di cambiare habitat e paesaggio di
riferimento, scoprendo di volta in volta il panorama da ammirare: fermarsi
solo un attimo per poi ripartire. C'è un gioco di citazioni da svelare,
frammenti tagliati e incollati ad arte, proposti a più riprese,
ritornelli non nel senso classico della forma canzone ma in quello di
brevi ritorni.
"I
musicisti hanno sempre rubato, preso in prestito, scambiato oppure imposto
influenze, ma negli ultimi cento anni
la musica è divenuta insaziabile nella sua disponibilità: in un
certo senzo vampiresca, colonialista nel suo rabbioso sfruttamento,
irrequieta, decentrata ma anche desiderosa di essere informata e
arricchita da nuovi stimoli e dal trasferimento di doni."[5]
Collegamenti
a musiche apparentemente lontane (Ellington Wonder Reich Hendrix Marley
Varese) ma anche a brani originali: ponti cavalcavia tangenziali e
diramazioni verso altre musiche. Una ricchezza polifonica che rende
visibile lo scambio e l'intreccio, che non coordina solo armonie diverse
ma avvicina i conflitti e intreccia i dissidi. In questo continuo
movimento il montaggio si fa regola, il collage perviene a
una metodologia di ricerca, la contaminazione delle culture musicali
favorisce la nascita di possibili patchwork, tessuti con cui
rappresentare il proprio mondo musicale coesistono senza superarsi ma
integrandosi. Si perviene così a un ibrido, un meticcio, frutto
dell'assimilazione di generi, repertori, stili.
E' proprio ciò che musicalmente avviene in We did it. Ci si scopre
ad ascoltare secondo due atteggiamenti differenti ma complementari: uno
analitico, attento e pignolo nell' afferrare registrare cogliere
comprendere quanto avviene nel flusso sonoro, l'altro più empatico ed
emozionale, disponibile a lasciarsi andare facendosi prendere da questo
scorrere irregolare. Forse non è necessario schierarsi in favore dell'uno
o dell'altro, probabilmente occorre alternarli a piacere, lasciandosi
swingare ora verso l'uno ora verso l'altro.
SOGNANDO
. "I
sogni svolgono un ruolo importante nella vita e nello sviluppo musicale di
Kirk e proprio a un sogno si deve la sua peculiarità di strumentista. Nel
1952, infatti, il giorno dopo aver sognato di suonare tre strumenti
contemporaneamente, in un negozio di musica, Kirk trova due sassofoni
appartenuti a una banda militare spagnola di inizio secolo: lo stricht e
il manzello. Il primo è una sorta di contralto, ma dritto; il secondo,
pur essendo curvo come un contralto, suona come un soprano. Lavorando
sulla diteggiatura studia una tecnica per suonare simultaneamente stricht,
manzello e sax tenore. Ciò a cui tende è lo sviluppo di un'armonia
tripartita, tecnica in evidenza nel suo primo lavoro, un disco di rhythm
and blues del 1956, intitolato, non a caso, Triple Threat (tripla
minaccia)."[6]
NELLA GIUNGLA
. Alle
volte è possibile perdersi: manca una melodia, un canto, una voce precisa
da seguire, una traccia che faccia da guida. Si entra in un ambito
propriamente sonoro. Il sound diviene e rimane l'unico indizio sicuro. Le
voci si spezzano, si frammentano in modo imprevedibile e irregolare. Si
entra in una foresta, o meglio, in una giungla. Richiami ed eco lontane
che ci introducono in un mondo si ricordi e suggestioni: qui, come si
diceva, è indispensabile ricorrere a un ascolto empatico lasciandosi
andare, abbandonandosi, dando fiducia. La suggestione è forte, pare
musica da film o una sonorizzazione per un documentario, natura allo stato
brado, musica che suggerisce ed evoca le origini di uno stile, di un modo
di comunicare.
Strumenti
a corda sezionati, pizzicato spettrali, raccapriccianti ostinato di
organo, un clarinetto serpeggiante. Roland Kirk inveisce contro quel che
sembra un giocattolo a batteria: "Le note nere del mistero rubate e
contraffatte per anni…Ascolta!" grida… "Apri le
orecchie…ascolta!". Un bicchiere va in frantumi. "Ho cercato
di ricreare l'atmosfera dei racconti gialli che sentivo molto tempo fa
alla radio".[7]
Sembra
che manchi una sintassi: suoni in libertà come le parole dei futuristi,
immagini sonore e analogie senza un filo conduttore, senza una chiara
punteggiatura. Rimane solo la tecnica del montaggio a legare cose
distanti, apparentemente diverse e ostili, con
una gradazione di analogie.
CON
UNA BUSSOLA.
Dopo
le sensazioni catturate al momento, ecco la fase strutturale, più tecnica
perché consapevole del discorso musicale; occorre munirsi di una bussola,
puntarla e cercare di fare stabilizzare l'ago. Così facendo si alterna
una dialettica sintetica che pulisce ordina e classifica a una dialettica
sincretica che sporca e disordina, mescola frammenta e giustappone.
Sulle prime è necessario muoversi a tentoni, cercando di riconoscere
alcuni caratteristici di questa musica: a riguardo ci vengono in aiuto
alcuni lavori originali di Tononi nei quali è possibile trovare indizi
sicuri, termini tecnici, alle volte da addetti ai lavori, però chiari e
illuminanti comprendere meglio il come e il perché di tali scelte
musicali.
Alcuni titoli contengono in modo esplicito parole chiave del suo
modo di trascrivere interpretare e arrangiare: per esempio Juxtaposition:
against/with - basato sulla dialettica contro/insieme dei vari
strumenti, Variable density - una giungla variamente densa. Si
tratta per lo più di episodi sonori di transizione che collegano, voltano
pagina, conducono a un nuovo orizzonte. Già in altri lavori Tiziano ha
seguito lo stesso procedimento ordinando i materiali per contrasto e
opposizione o per somiglianza e affinità, come in Two: Quiet &
Cold - la contrapposizione termica freddo-caldo è realizzata con
timbri strumentali; creando un apparente disordine in Cluster &
Chaos e proponendo suoni e percussioni diversamente abbinati in Wind
chimes, bars & metals.
Titoli
che vogliono in qualche modo orientare la mente dell'ascoltatore,
suggerendo un elemento guida, un indizio o un termine che possa aprire
territori di confine dai quali cominciare un percorso: viaggiando come
nomadi nella giungla, sognando con una bussola in mano…
NOTE
1. Dalla Prefazione di
Pierfrancesco Pacoda a
"Oceano di suono" di David Toop
edito da Costa &
Nolan, Ancona - Milano 1999
2. Conversazione concerto: Davide
Donelli intervista Tiziano Tononi. Venerdì 15 Dicembre 2000 presso il
Cineteatro di via Volta, Cologno M.se (MI) organizzato da Biblioteca
Civica - Servizio Fonoteca - Comune di Cologno M.se
3. Tiziano Tononi We did it, We
did it (Rahsaan & the none) SPLAS(H) RECORDS
4.
Cfr. Massimo Canovacci "Polifonie metropolitane di strada per
un Dioniso stra-vagante" contenuto in
PUM n°6 Luglio 1994 PCC Assisi.Atti del Convegno "La musica,
la strada, la piazza" (Pelago 8/11 luglio 1993)
5. David Toop
op.cit. pag.26
6. Dall'opuscolo Tra i
sogni di Rahsaan - Percorso di ascolto e lettura
a cura della Biblioteca Civica del Comune di Cologno M.se (MI)
e-mail: fonoteca@comune.colognomonzese.mi.it
7. David Toop
op. cit. pag.11
DAVIDE
DONELLI - Re
dei bambini
Citazioni
e frammenti, tratti da libri di recente pubblicazione, intorno alla figura
dell'insegnante.
"Il re dei
bambini" è il termine con cui comunemente vengono chiamati gli
insegnanti in Cina, ma è anche il titolo di un racconto dello scrittore
cinese Acheng che ha per protagonista un insolito maestro.
"Re dei bambini" vuole essere un collage di citazioni e
frammenti, tratti da libri di recente pubblicazione, scritti intorno alla
figura dell'insegnante. Ppensieri, dubbi, esperienze, soddisfazioni,
perplessità si alternano in un discorso a quattro voci con contesti di
riferimento diversi: dalla Napoli di Marco Rossi Doria (Di mestiere
faccio il maestro L'ancora
del mediterraneo - Napoli, 1999) al Marocco di Tahar Ben Jelloun (La
scuola o la scarpa Bompiani
2000), dalla Cina di Acheng (Il re dei bambini Bompiani 2000) alla Roma di Sandro Onofri (Registro di
classe Einaudi
2000).
Culture, non solo pedagogiche, che si confrontano
e che sentono le medesime urgenze a cui dare risposte concrete ma
anche ideali.
Ricordi
…per
fare questo mestiere bisogna ricordare se stessi da piccoli e quando il
ricordo non c'è perché si era troppo piccoli, allora bisogna ricordare i
racconti dei grandi di quando si era troppo piccoli. (Rossi Doria - pag.
68)
.
Le lezioni
dovevano essere sul punto di cominciare, nello spiazzo davanti alle aule i
ragazzi approfittavano del poco tempo rimasto per fare baccano, correndo a
perdifiato e gridando con voci squillanti. Erano quasi dieci anni che
avevo lasciato la vita scolastica e mi ero da tempo dimenticato di scene
come questa: ritrovarmici improvvisamente mi fece sorridere, e sospirare.
Con aria perplessa Lao Hei disse: - Non sarà un'impresa facile! (Acheng
- pag. 14)
I miei ricordi d'infanzia non sono tristi: come oggi, anche allora mancava
tutto. La cosa faceva soffrire molto i nostri genitori. Però noi bambini
ci divertivamo; ci piaceva giocare con i gatti morti. La nostra scuola era
la moschea. Ci facevano imparare a memoria i versetti del Corano e li
recitavamo senza capirli. Il maestro della scuola era un vecchio quasi
cieco. Era un saggio. Diceva che l'Africa era la madre degli altri
continenti, ma che si lasciava saccheggiare. Diceva anche: "E' ricco
chi non possiede nulla", "E' ricco chi è libero", e
aggiungeva: "Ma noi non siamo né ricchi né liberi, siamo schiavi
del cielo e degli uomini che dettano legge". (Ben Jelloun - pag. 29)
Per reagire a questo stato di impotenza che mi prende di tanto in tanto, e
in definitiva per tornare ad amare i miei alunni, ripenso a come eravamo
noi, alla loro età. Non io, certo, perché io ero un ragazzo strano per
molti versi, avevo un rapporto schizofrenico con la scuola, fatto di
grandi amori e di grandi odi. Ma i miei amici, i miei compagni di classe,
gran parte dei quali oggi sono meccanici, carrozzieri, operai. Qualcuno è
andato a finire male, qualcun altro è riuscito meglio ma in genere sono
tutti, siamo tutti, potenziali padri di questi giovani. Noi non eravamo
così. Come eravamo? Cerco
di mettere a fuoco i ricordi di quando ero ragazzino. Una volta. Forse era
alle medie, le nostre professoresse ci portarono a una rappresentazione
teatrale. (…) Quel giorno dovettero interrompere lo spettacolo non
ricordo quante volte. (…) Fu una cosa impossibile da gestire. (…)
Storia vecchia, dunque. Eppure c'è qualcosa di diverso e di nuovo. Perché
quella dei miei compagni fu la reazione normale di ragazzini irrequieti.
(…) I miei alunni restano per la maggior parte con le mani buttate sul
banco e la testa buttata sulle mani, le palpebre a metà, dalle nove alle
tredici. Indifferenti, apatici, indolenti. E fuori di scuola non sono
molto diversi. (Onofri - pagg. 67 -69)
Vicinanze
Il
tempo non cambia niente. Hanno la stessa felicità semplice che avevamo
noi, gli stessi timori, i medesimi nostri sedici anni. E ci guardano come
noi guardavamo i nostri professori, la fiducia e la ricerca di una
rassicurante confidenza sono
proprio uguali. (Onofri - pag. 56)
Segno sul taccuino
che ci sono giornate in cui i bambini da soli capiscono tutto, proprio
tutto, giornate che ti uniscono ai bambini per sempre perché ti
riconciliano con te stesso bambino, giornate del coraggio e della buona
sorte in cui tutto è in gioco e ti capita di saper giocare, giornate in
cui tutto viene fuori senza che saprai mai come; mio Dio quanto avvicina
questo mestiere alla propria infanzia, quanto, non si può neanche dire
quanto. (Rossi Doria - pag. 89)
E' così che scopro che a furia di chinarmi di accovacciarmi io mi metto
sempre di più con gli occhi di fronte agli occhi a turno di ognuno ed è
lo sguardo alla stessa altezza che costruisce pazienza, aiuta a portare le
cose a compimento è il fare le cose da vicino; sì che sono grande e che
sono più alto ma mi metto qui ora: è questa vicinanza che permette di
pacare il moto dei loro corpi e la voce che grida. (Rossi Doria - pagg.
82-83)
Oppure quando non piove tiro due calci a pallone con i miei alunni di
terza che fanno educazione fisica al campetto. Come ho fatto oggi. Abbiamo
giocato una mezz'ora, poi prima che suonasse la campanella abbiamo preso
una lattina alla macchinetta della Coca-Cola , e ci siamo seduti sugli
scalini della palestra a chiacchierare un po'. (…) Esiste un mestiere più
bello del mio? (Onofri - pag. 32)
Reale
e quotidiano
Si
deve perdere tempo con le persone nella città, nel quartiere, nel paese
dove si insegna. Sarebbe meglio vivere dove si fa scuola, sempre. (Rossi
Doria - pag. 96)
Come in ogni posto
del mondo, il primo giorno di scuola è un giorno di festa. Qui, non è
una festa come le altre. I ragazzi fanno baccano, urlano, si tirano i
gessi. Si divertono. Per loro la scuola è una ricreazione, una curiosità.
Accorrono per vedere se il maestro è in gamba.
Io stesso mi chiedo se sono in gamba.
Cosa vuol dire qui? Essere gentile e al tempo stesso severo. E io
non sono né troppo gentile né troppo severo. E' possibile essere in
gamba nel villaggio del nulla, dove non è stato sepolto un solo santo,
dove non si è fermato nemmeno un profeta? Devo abituarmi all'idea che,
per questi bambini, la scuola è come il circo che passa una volta
all'anno. Che cos'è la scuola per un bambino che non ha da mangiare
quando ha fame? Come spiegargli che è necessario passare per la scuola
per non patire più la fame, un giorno? (Ben Jelloun - pag. 25)
Quando ero ragazzo e andavo a scuola mi battevo ferocemente e urlavo per
strada perché la vita vera irrompesse senza pietà nella scuola. Ora sto
andando via da questo luogo dove ho appreso il mio mestiere e mi dico: che
questi anni in questa scuola siano almeno serviti a questi bambini per
aiutarli a contenere le parole e
i segni delle cose che intanto avvenivano nella loro vita vera. Perché
per fortuna la scuola rimane un posto intermedio e non è la vita vera.
(Rossi Doria - pag. 100)
Non mi scrivete cose stereotipe, tipo "la
bandiera rossa sventola, il suono dei tamburi da guerra fa tremare il
cielo". Quante bandiere rosse avete visto voi? E chi di voi ha mai
sentito i tamburi che segnano l'inizio della battaglia? (…) Eliminate
tutto questo, non serve! Raccontate qualcosa in modo chiaro, ad esempio
scrivete di quando venite a scuola , cominciate a scrivere a che ora vi
alzate, che fate, come arrivate in classe, quello che vedete per strada…
(Acheng - pag. 47)
Cosa possiamo fare? In una realtà di questo
tipo, così nuova e così compatta nel resistere a qualsiasi stimolo di
innalzamento culturale, la scuola avrebbe bisogno di agganci sul
territorio, nella vita concreta del paese. Ma qui l'amministrazione è
completamente sorda. Noi siamo impotenti. La cultura del soldo è
dominante (…) Qui il mito sono i padroni di ristorante sulla costa, gli
albergatori, i titolari di ditte edilizie. E andrebbe anche bene, se ci
fosse davvero uno sbocco professionale per tutti. Mentre invece non è così.
(Onofri - pagg. 98-99)
Argini
e cornici …in
tutto l'universo mondo eppure ci vorrebbe un argine un solido argine e io
appena appena arrivato sono frastornato sgomento dispiaciuto deluso
impaurito perché qui non c'è argine a quel che un adulto può portare
in un luogo per bambini…(Rossi Doria - pag. 61)
E' facile che chi
insegna si comporti in modo severo, come se si trattasse di portare a
termine un compito di produzione assegnato dall'azienda centrale. Ora che
era toccato a me, provavo simpatia per gli alunni e gradualmente mi
convinsi che bisognava insegnare anche con una certa allegria e vivacità.
(Acheng - pag.67)
Avevo appena finito di parlare che all'improvviso un alunno dell'ultima
fila disse a voce alta: - Ma che razza di professore è lei! Non ho mai
visto nessuno insegnare così. Ci
insegni piuttosto quello che deve: prima le parole nuove poi come si
divide il testo in paragrafi, il significato generale di ciascun paragrafo
e alla fine l'idea principale del testo e lo stile. Ci faccia imparare a
memoria quello che dobbiamo imparare a memoria e ci dia i compiti se
necessario. Persino io so come si fa.
Nella sua brigata lei non doveva essere un granchè nel lavoro e
allora è venuto qui a guadagnarsi il pane con meno fatica -. (Acheng -
pag. 25)
Sul treno penso: è meglio molto meglio partire irremovibili e poi
lasciare che il contrario mobile movibile venga avanti piano piano dai
bambini ma dentro la cornice che hai scelto che hai prefigurato e
stabilito tu, solo tu piuttosto che essere subito travolti e dovere
reagire ad un urto che ti investe, urlare fermare concludere ogni
costruzione per disperazione perché non tieni più il campo il che costa
una fatica fisica e infligge un senso di sconfitta una afflizione
smisurata che non si sa neanche dire: e poi non ci riesci più a tenerli
lo stesso, sei perso e loro i bambini lo sanno lo annusano con assoluta
certezza ed è lì che scantoni è lì che può capitare di urlare
minacciare, sì anche umiliare strattonare far volare uno schiaffo:
orrende cose terribili improvvise dannate. Si è così, è proprio così
tu devi proprio tenerli i bambini per dare per prendere per incontrare
ognuno, lo devi pur tenere conservare serbare dare sostegno è così;
andamento disciplinare della classe c'è scritto sull'ordine del giorno
della riunione ma è sempre questo l'ordine del giorno sempre; prendo il
taccuino e lo scrivo che ci vuole la cornice per tenere l'andamento.
(Rossi Doria - pag. 75)
Forse desidero un arbitraggio con qualcuno che costringa a dire e
commentare insieme e che detti pacatamente stabilisca e vigili sulle
condizioni e i limiti entro cui noi adulti possiamo occupare questo luogo
così come noi facciamo per i bambini nelle nostre classi
o forse, se un arbitraggio e un argine è chiedere troppo, aspiro
almeno a un apprendistato guidato protetto, un apprendistato per me che ho
ventidue anni che sono appena arrivato con qualcuno che ascolti mitighi
indirizzi e che avvii chi ha
appena messo un piede qui dentro sul come stare in questo vortice di
adulti che stanno in un posto per i bambini ma questo qualcuno non c'è,
l'apprendistato lo devo fare da solo. (Rossi Doria - pag. 62)
La preoccupazione per l'ordine e per il disordine io non l'ho saputa
ancora eliminare. Non mi abbandona mai. C'è certamente un'ansia mia di
voler regolare il tempo e il mondo che forse potrei superare arrendendomi
almeno un poco alla tirannia del caso che appare la linfa sotterranea che
governa nel bene e nel male un gruppo di bambini. (…) " perchè
questo mestiere" mi ha detto il mio collega Salvatore "è più
di ogni altra cosa l'arte di indirizzare bene l'atteso imprevisto".
(Rossi Doria - pagg. 97-98)
Espressioni
Uno
due tre quattro cinque/La terza è proprio dura/Finita la scuola/Di
tremila caratteri saprem la lettura/Cinque quattro tre due uno/In terza ci
facciamo onore/I temi che scriviamo/Della nostra fronte sono il sudore
(Acheng - pag. 66)
Da allora smisi di
insegnare seguendo il testo. Dedicavo le lezioni alla spiegazione dei
caratteri e assegnavo temi
sugli argomenti più vari. Dopo due settimane i ragazzi cominciarono a
lamentarsi della difficoltà e diventarono inquieti. Naturalmente ebbi
anch'io qualche esitazione. Ma vedendo che giorno dopo giorno riuscivano a
esprimersi più chiaramente, e che quello che scrivevano, pur conservando
una certa rigidità, era almeno farina del loro sacco, decisi di
continuare a tormentarli. (Acheng - pag. 51)
Così, per farli sentire di più a casa loro e non in una cella, e in
definitiva per fargli scoprire che ci si può divertire anche con una
penna in mano, ogni tanto decido di aprire i cancelli e li lascio liberi
di scrivere senza regole, così come si sentono, con una traccia molto
labile, e con una lingua il più possibile vicina a quella che usano
parlando. Anche in dialetto, se ne hanno bisogno. I risultati, in questi
casi, sono spesso interessanti, e qualche volta sorprendenti, perché
accade che i più somaroni se ne escano con testi originali e pieni di
invenzioni. (Onofri - pag. 58)
Uscendo dopo di loro scorsi l'insegnante della porta accanto e le chiesi:
- Tu insegni musica? -. Lei mi guardò e rispose: - Ma no. -E allora perché
li hai fatti cantare? - chiesi -. C'era un tale chiasso che non sono
riuscito a continuare la lezione-. Allora lei rispose: - Era quasi ora di
ricreazione. Ai ragazzi fa piacere cantare e poi non è durato più di
qualche minuto. Anche tu puoi farli cantare. (Acheng - pag. 23)
TULLIO
VISIOLI - Roma,
la musica come vibrazione visiva
Il divino è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà
fame:
e si muta come il fuoco quando unito agli aromi
prende il nome del piacere che a ciascuno è proprio.
Eraclito
Mutamenti…Al di là dell'apparenza cercare ciò che è sostanziale, ciò
che è essenziale.
Quando mi stabilii a Roma, più di dieci anni fa, cercavo il “suono”
di questa città, ascoltavo gli spazi, cercavo qualcosa di familiare. Come
avevo sempre fatto, com’era per me naturale quando abitavo sulle rive
del Po, quando la nebbia fitta ci faceva al massimo intravedere o
immaginare qualcosa e alterava, trasformava i suoni in un’esperienza
immediatamente musicale. Ma si trattava anche di musica, quando dalla mia
stanza, di solito dopo mezzanotte, cominciavo a sentire i “solisti
dell’opera”, nella vicina osteria o quando parlavo con Abelardo Lanari,
violinista e altosassofonista, un pioniere del jazz italiano che per un
noto compositore e amico aveva coniato il seguente epitaffio: “E’
musicista ma non è musicale”. E per capire questo nuovo linguaggio
musicale, il jazz, non si erano certo fatti spedire delle partiture
dall’America, no…per loro la musica era qualcosa di concreto, era
suono, era un particolare aspetto della fisicità. Ascoltavano di notte la
radio e captavano, assimilavano così tutto l’udibile “via etere”. E
girano tuttora delle leggende, come quella di Gorni Kramer, che pare fosse
in grado di ascoltare le orchestre swing
alla radio e di trascrivere subito dopo l’intera partitura. E come non
ricollegarci allo stupore che destò il giovane Mozart quando trascrisse
il Miserere di Allegri dopo
averlo ascoltato una sola volta dai cantori della Cappella Sistina? Sì,
perché la partitura era “segreta”, non era possibile accedervi per
vie normali, non era possibile vederla, studiarla, tradurla in suoni… E
in quest’episodio c’è forse un indizio di come suoni questa città,
del suo modo di essere capitale della musica. Anch’io, ad un certo
punto, ho compreso che cercavo a Roma qualcosa di analogo alle esperienze
che avevo avuto nel passato: le nebbie, l’acqua, il paesaggio della
pianura, la passione per l’opera lirica…e mi lamentavo di non
percepire nulla, quasi che le cose, gli ambienti fossero isolati, muti.
“Questa città non suona, non riesco a sentirla!”…può sembrare un
ben strana espressione, ma sono certo che i musicisti e gli appassionati
di musica possono comprendere questo disagio. Sapevo in ogni modo di
sbagliare, sapevo di non aver trovato la chiave che mi avrebbe di nuovo
rimesso in sintonia. E i segni, le indicazioni, i messaggi ricorrenti,
arrivano sempre puntuali, come un sogno ricorrente nel quale mi
s’invitava a dipingere, a giocare coi colori o il barbone casualmente
incontrato per la strada che ti chiede notizie dei tuoi quadri. Finché
non ho collegato il tutto e ho compreso che questo mio cercare con le
orecchie non bastava, che questi spazi richiedono, giustamente, uno sforzo
più grande, quello di vedere il suono, di percepirlo come vibrazioni di
colore, come visione. Sì perché qui il suono è vibrazione luminosa, qui
il suono non ti pervade come qualcosa di concreto, ma è soprattutto
percezione visiva, come la partitura del Miserere di Allegri tenuta
gelosamente nascosta, il Respighi dei poemi sinfonici dedicati a Roma o la
più antica visione del Somnium
Scipionis, che attraversa secoli di visione acustica dell’universo,
passando da Boezio e approdando alla
Musurgia Universalis di
Athanasius Kircher. Boezio e Kircher, entrambi operarono a Roma;
l’ultimo ci arrivò a causa di un imprevisto nel 1633 e il papa di
allora, Urbano VIII, non lo lasciò più partire…Questa città suona,
eccome! Ma per percepirne il senso di capitale della musica, non basta un
ascolto passivo, ci vogliono applicazione, attenzione e una dedizione
costanti. E’ una città troppo importante, troppo preziosa per svelarsi
senza che ci si sforzi almeno un poco di comprenderla e, una volta che si
è afferrato qualcosa, non bisogna cessare neppure un istante di
esercitare la propria attenzione e quanto ci sia da apprendere, nemmeno lo
si può immaginare.
C’era un tempo in cui i musicisti ottenevano in premio di soggiornare a
Roma, come un privilegio.
C’è
un tempo nel quale anch’io, nel mio “piccino”, ho compreso di aver
ottenuto un mio personale ed intimo Prix de Rome.
VOLANDO
CON IL PENSIERO - Testo a cura di
Luisa Castelluzzo, classe IV liceo musicale "F.A. Bonporti", Trento, classe di
didattica della musica.
Molte volte mi
capita di ascoltare della musica ed entrare in rapporto con lei, capire
cosa vuole dire anche se non con le parole. Ci
sono momenti in cui il mio stato d’animo è particolarmente predisposto
a stabilire un contatto molto forte con quello che sto ascoltando che
riesco ad estraniarmi dal mondo terreno e vagare con la mente verso mondi
inesistenti.
Mi è successo, a proposito, di poter ascoltare un pezzo di Ennio
Morricone intitolato “Peachenine Rag”, utilizzato dalla mia classe di
“didattica della musica” per il progetto ”Il Viaggio”; lo abbiamo
scelto come musica da viaggio per “trasportarci” dalla nostra Nazione
in Palestina. Ascoltandolo, dopo aver aggiunto un effetto del rumore di un
treno, sono stata immediatamente trascinata verso un luogo sconosciuto da
un treno veloce e rumoroso. Guardando dal finestrino sentivo le grida
dalla gente ferma in stazione che salutava con un fazzoletto bianco in
mano esclamando: “Buon viaggio!”. La campana di partenza ha suonato più
volte e… sono partita.
La musica prendeva sempre più velocità e il mio treno continuava a
correre attraverso infinite praterie bagnate dal calore del sole. A volte
rallentava per “prendere fiato”, poi ripartiva sempre più veloce e
grintoso.
Il mio udito era rivolto alla musica, strumento per strumento: i raggi del
sole cadevano leggeri sull’erba, il vento faceva ondeggiare dolcemente i
fiori , e ancora, il movimento del treno in cammino era descritto dai
suoni incisivi del pianoforte come fluido ma, energico. Il mio sguardo
era, invece, coinvolto dai paesaggi che si creavano intorno a me
magicamente mentre la musica continuava a “viaggiare”.
La mia mente stava viaggiando verso luoghi sconosciuti, attraversando
paesaggi mai visti. Era facile, divertente e potevo io stessa creare con
tutta la mia fantasia il mondo che in quello momento preferivo. E’
bastato chiudere gli occhi e rilassarmi facendomi trasportare dalla musica
che, secondo il mio parere, è il mezzo più veloce per attraversare
continenti e oceani e per provare quei “brividi” di emozione che mi
permettono di vivere al meglio il mio viaggio.
Riferimenti
a
Progetto “Il Viaggio”, classe di Didattica della musica;
musica
“Peachenine Rag” di Ennio Morricone.
UN'EMOZIONE UNIVERSALE -
Testo a cura di
Arianna Majer, classe III liceo musicale "F.A. Bonporti", Trento, classe di
didattica della musica.
Frequentando
la classe di didattica della musica, svolgerò un lavoro di ricerca
personale che si baserà principalmente sul rapporto bambino\musica; il
soggetto e l’argomento principale del mio lavoro sarà il bambino in
relazione alla musica. Inoltre nel corso della ricerca studierò ed
osserverò il bambino in fase pre e neonatale, esaminando ciò che questo
percepisce trovandosi ancora nel grembo della madre: la musica, i suoni,
la voce della mamma ecc.
Come ho avuto quest’idea? Cosa
mi ha fatto pensare a questo? La risposta è molto semplice: sto vivendo
un’esperienza abbastanza da vicino di una “nuova vita in arrivo”. Mi
spiego meglio: avendo un’enorme passione per i bambini, in particolare
per quelli piccoli, ogni volta che vedo il pancione di mia sorella, mi
viene d’istinto la voglia di posarci una mano sopra, come se potessi
“sentire” il bimbo; talvolta gli parlo, lo accarezzo dolcemente,
ascolto i rumorini che produce, avverto i suoi movimenti quando
scalcia…. Spesso mi interrogo su cosa egli senta da lì dentro, mi
chiedo se possa percepire la musica come la percepisco io.
Un fatto abbastanza singolare che si verifica in me quando vedo mia
sorella con quella pancia, è
che, se non sono di umore particolarmente buono o se mi sento un poco
triste, subito mi rallegro e mi brillano gli occhi pensando a quel
bambino!! Mi viene l’ispirazione per suonare: inizio con le classiche
ninne nanne, con il violino o con il pianoforte, poi suono un pezzo di
musica leggera (cerco di improvvisare le canzoni che sento alla radio), e
infine qualcosa di musica classica (ad esempio gli studi che imparo per la
scuola). In questi momenti penso e provo a immaginare quale musica sia di
suo gradimento, cosa preferisca. A volte fantastico pensando che quel
bambino abbia i miei stessi “gusti”, che abbia già delle preferenze;
in verità non sono certa di questo, ma ritengo che la musica sia uno dei
pochi mezzi di comunicazione tra noi due; sono certa che lui mi possa
sentire, ma mi piacerebbe sapere cosa e come egli interpreta la musica, la
mia ma non solo.
Tutto
questo mi fa provare delle emozioni indescrivibili, ed anche il fatto di
poter studiare ciò che riguarda il bambino in fase prenatale, cercando di
capire come percepisce i suoni, i rumori, le voci e che effetto fa su di
lui la musica, mi entusiasma tantissimo.
Non
so se tutto questo dipenda dal fatto che amo tanto i bambini quanto la
musica, ma posso affermare che ciò che provo in quei momenti è una
sensazione magnifica, di improvviso benessere e gioia…!
UN'EMOZIONE UNIVERSALE -
Testo a cura di
Elisa Gabbi, classe IV liceo musicale "F.A. Bonporti", Trento, classe di
didattica della musica.
Una nuova esperienza musicale, di qualsiasi natura essa sia
e qualsiasi finalità possieda, costituisce sempre uno spunto per delle riflessioni, una
sorta di porta aperta su altre realtà e altri valori a noi forse ancora sconosciuti.
Credo sia fondamentale sperimentare ed immagazzinare esperienze musicali diverse fra loro,
sia che di primo impatto risultino di nostro gradimento percettivo o meno, in modo da
ampliare il più possibile gli orizzonti sonori della nostra mente.
Recentemente ho avuto modo di vivere un'esperienza musicale
che si è rivelata molto speciale... All'interno del laboratorio della classe di didattica
della musica che frequento è stata avanzata l'idea di progettare una serie di interventi
in una scuola elementare con tema "il viaggio", una sorta di percorso virtuale
tra alcune civiltà musicali extraeuropee. Quando il progetto è stato proposto, non avrei
pensato che avrebbe creato un coinvolgimento emotivo così forte. Da sempre infatti,
ognuno di noi convive con l'idea, sotto forma di concetto acquisito, che al mondo esistono
luoghi diversi, persone diverse, tradizioni diverse, musiche diverse. Ma credo che sia ben
altra cosa rendersi conto consapevolmente e attivamente delle differenze tra le varie
culture. Mentre precedentemente ero solo a conoscenza dell'esistenza di altre realtà
musicali, le attività in cui mi sono immersa grazie al progetto didattico mi hanno fatto
comprendere a fondo l'importanza e l'autonomia della musica extraeuropea rispetto alla
musica occidentale. Quando le attività sono iniziate, lo spirito che le animava era più
di carattere scolastico che personale. Ma il grande potere emotivo della musica è
riuscito a prendere il sopravvento trasformando le attività in un'esperienza profonda. E'
bastato un canto infantile indonesiano a due voci accompagnato da un angklung e ho visto
le bianche spiagge di quelle piccole isole, ho udito il fruscio del vento esotico tra le
palme. Un gruppo di tamburi e djembè e ho percepito l'afoso tepore della giungla, ho
sentito un leone ruggire e un torrente impetuoso scorrere nella foresta. E sono queste le
cose che contano davvero. Ciò in cui l'uomo cerca l'emozione, un'emozione così naturale
e spontanea che forse costituisce proprio quell'universale umano che tanto poeti,
filosofi, pittori e compositori si affannano a cercare di esprimere.
Enrico Gerola - IL REQUIEM DI VERDI: IL MIO MOTORE
QUOTIDIANO
La musica che accompagna la mia vita è la
Messa da Requiem di G.Verdi, infatti, tutti i giorni o quasi la ascolto ricercando in essa
la miglior forma di esistenza. Già molte volte, circa due anni fa, mi era capitato di
ascoltare il Dies Irae di questo Requiem ma subito non avevo colto il significato profondo
di quella musica. Dopo un po vidi alla TV una pubblicità con la musica del Dies
Irae, da quel momento è esplosa dentro di me la voglia di trovare quel brano che mi aveva
tanto emozionato. La ricerca è stata lunga perché a dire la verità non sapevo né come
si chiamasse né di chi fosse, mi entusiasmava e basta. Un giorno trovai una cassetta e
per pura curiosità la ascoltai: era il Requiem di Verdi! Non riuscii a trattenere la
gioia e scoppiai a piangere dalla felicità. Allinizio ascoltavo solo il Dies Irae
ma ben presto cominciai ad apprezzare ogni singola parte, ogni singola battuta. Qualsiasi,
o quasi, pomeriggio della mia vita è accompagnato da questa musica meravigliosa, così
incredibilmente piena, meditativa e profonda, che mi trasmette molto più di quanto mi
può dire una qualsiasi altra musica. Quando ascolto il Requiem la mia anima entra in
simbiosi con questa musica divina e sublime, che mi costringe quasi grazie ad una forza
sovrannaturale a fermare ogni mia azione e a sedermi sul divano, dopo aver spento ogni
luce, dopo aver cercato latmosfera più ascetica per potermi preparare
psicologicamente ad un ascolto che so mi manderà in trance catartico. Il mio corpo rimane
sul divano, ma la mia mente è perfettamente ed evidentemente staccata da ogni capacità
sensitiva, a parte lascolto, ovviamente, infatti ogni altro umore allinfuori
della mia sala dascolto è nulla e non viene recepito dalla mia anima che è immersa
in simbiosi mistica con questa musica divina. Durante lascolto mi piace molto
raccogliermi in me stesso, cercare di abbandonare ogni piacere o dispiacere terreno e
resettare la mia anima per tornare ad affrontare la vita di tutti i giorni. Non sono
incoerente quando dico che cerco di abbandonare i piaceri terreni, oltre ai dispiaceri,
poiché essere troppo euforici, fuori dal normale non sia propriamente un bene per
affrontare dei compiti o dei lavori particolari. Attraverso lascolto del Requiem mi
tempro lanima per affrontare la vita nel modo migliore e seguendo
linsegnamento del sommo Aristotele che diceva che il giusto sta nel mezzo, bisogna
avere un atteggiamento equilibrato per condurre unesistenza serena. Credo che questa
musica assieme alla toccata e fuga in Re minore di J.S.Bach siano quelle che più
avvicinano luomo a Dio (secondo Parmenide il Dio era identificabile nello
"Sfero", figura equilibrata e perfetta per antonomasia).
MARIO PIATTI -
Educazione e vita. In ricordo di Riccardo Massa
Non conoscevo personalmente Riccardo Massa. Lavevo
incontrato di sfuggita una volta a un convegno a Milano. La sua prematura scomparsa, a
soli 55 anni, ai primi di gennaio ha però lasciato in me un vuoto. Ho sempre letto con
interesse i suoi libri. Avevo appena comperato "Cambiare la scuola. Educare o
istruire?" (ed. Laterza 1997). Come mi capita spesso, stavo leggendolo saltando in
qua e in là, giusto per farmi unidea delle tematiche: anche con altri libri di
Massa, questo mio leggere errabondo mi aveva dato sempre molti stimoli, anche per un
ripensamento delle mie concezioni pedagogico-musicali. Per questo sentivo Massa come un
amico-maestro.
Credo giusto ricordarlo qui, con due frammenti. Il primo è tratto dal capitolo
Educazione e vita del libro citato (pag. 120); il secondo è la frase finale
(pag. 178).
"Per pensare la scuola occorre ripensare leducazione. Per organizzare la scuola
bisognerebbe riorganizzare questultima. Per assegnare alla scuola il suo compito
educativo preservandone la specificità sarebbe necessario riattivare una molteplicità di
fonti e di sorgenti educative intorno e a fianco di essa. Questo significherebbe pensare,
prima che alla scuola, al mandato educativo della comunità. (
) Dentro e fuori la
scuola resta uno spazio vuoto, non solo di pensiero ma anche di azione e di
rielaborazione. A poco servirà doversi inventare il parco giochi, la ludoteca, la festa
per i bambini, lanimazione nel quartiere, il turismo locale. Qualcosa che faccia da
surrogato a questa latenza educativa data irreversibilmente in pegno, dopo la crisi della
modernità, ai grandi totalitarismi del Novecento. Essa viene delegata ai grandi magisteri
religiosi, alle pratiche minute dello psicologismo selvaggio, alle chiacchere televisive.
Il discorso sul nesso tra educazione e vita, pertanto, come quello tra scuola e educazione
o tra scuola e vita, appare tacitato, censurato, occultato".
"Anche la scuola tradizionale è una forma di vita. Anchessa incide i propri
segni sulla carne dei ragazzi, non per quello che imparano ma per il tempo di cui sono
espropriati, per gli orizzonti a cui sono sottratti. Non sappiamo più cosa significhi
costruire un soggetto, educare unanima, formare un individuo, istruire una mente. Ma
possiamo oltrepassare la scuola. per tentare di riappropriarci nellazione e
nella memoria della nostra esistenza e dei nostri pensieri".
REDAZIONE - In
ricordo di Don Aldo Ellena
Al momento di pubblicare il nuovo aggiornamento di
"Musicheria" veniamo a conoscenza della morte di Don Aldo Ellena, promotore
dell'animazione in Italia e fondatore della rivista "Animazione Sociale". Ci
uniamo al cordoglio di tutti coloro che ne ricordano l'opera innovatrice, che ha stimolato
tante coscienze nel lavoro sociale ed educativo, a cui anche il progetto del Centro Studi
Musicali e Sociali Maurizio Di Benedetto deve molto.
MADDALENA
PATELLA - "Per favore, qualcosa di sensazionale"
Rimini, inverno 1996, laboratorio sperimentale di musica e
teatro con allestimento di uno spettacolo finale.
Un gruppo di persone si incontra il sabato pomeriggio allIstituto musicale,
musicisti, cantanti, animatori, studenti, insegnanti, casalinghe, bancari... e
lavventura comincia.
Non cè autore, non esistono personaggi sulla scena, non risuonano parole, dialoghi
e musiche, tutto verrà creato insieme, da teste e mani diverse, differenti emozioni e
reazioni, modi di essere e di mettersi in gioco.
Il testo e la sceneggiatura nascono via via dalle suggestioni suggerite dalla musica,
dapprima input sonoro, semplice idea, spunto melodico, poi discorso sempre più chiaro,
definito, elaborato.
Le atmosfere evocate dalle improvvisazioni investono i corpi e scolpiscono le espressioni
dei volti, giochiamo a lasciarci andare, ci tuffiamo nellazione senza progetto,
senza meta, liberi da maschere e preconcetti.
Le idee scaturiscono inaspettate, i personaggi affiorano da incontri impossibili, le
musiche fluiscono come polifonie inesplorate, in una continua contaminazione di generi,
stili, forme.
- Ulisse, irrequieto, vaga alla ricerca di se stesso sulle note di
"Op, Op trotta cavallino", ninfe e pastori emergono dallArcadia intonando
madrigali a 4 voci, ma si lasciano tentare dallavventura di Internet
Le figure fluttuano tra i suoni, si incontrano, si trasformano, conquistano
identità proprie, pretendono spazi in cui crescere e diventare protagoniste, suggeriscono
trame, fanno nascere storie...
- Alceo costretto a recitare su una corda di sol si ribella al suo ruolo,
i manager, automi in giacca e cravatta, attraversano la scena con simmetrie rigorose
scandite da impulsi ritmici...
Le musiche si concretizzano in partiture che dettano legge allazione
teatrale, guidano i gesti, muovono i corpi sulla scena.
- Lui e Lei in un romantico duetto damore, Sancho, compagno di
Ulisse nel viaggio virtuale tra bit e suoni elettronici, Penelope, solista in ciabatte e
vestaglia rossa, Clori, voce infantile ingenua e maliziosa
Il limite della cadenza musicale che scandisce i tempi e delimita gli spazi
diventa opportunità per giocare con la fantasia. Le suggestioni musicali prendono corpo
in forme mobili manovrate dal ritmo, i personaggi teatrali coincidono con i personaggi
musicali.
- LAutore sconfitto a terra privo di sensi, i personaggi lasciati
senza briglia, frammenti di dialoghi, parole, suoni, crescendo finale, buio totale
Sullonda dellemozione che mi evoca il racconto, rivivo
lesperienza di questo straordinario laboratorio lasciandomi trasportare da ricordi,
immagini, sensazioni.
Otto mesi di lavoro, gioco, volo, viaggio, tra sperimentazione, improvvisazione, suoni,
strumenti, partiture, costumi e infine la messa in scena, come naturale sbocco di un
percorso di scoperta di sé, superamento di stereotipi, ampliamento di prospettive,
ricerca ed invenzione continua.
"Per favore, qualcosa di sensazionale!" è il titolo dello spettacolo,
slogan di chi cerca di farsi ascoltare emergendo da uno sfondo informe per esplorare
strade sconosciute e aprirsi a nuovi incontri.
Unesperienza corale, dove il gesto di ciascuno, pur specifico e particolare, ha
partecipato alla condivisione di unintensa emozione collettiva.
Grazie a Fabio, Spigolo e Marco che mi hanno coinvolta in questa storia esaltante.
LUISELLA
ROSATTI - Percorsi di confine
Musica e ... colori, sapori, profumi, sensazioni tattili,
racconti.
Abbiamo coltivato per un anno, come una piccola pianta pregiata che promette di diventare
un grande albero, l'idea di viaggio.
Viaggiare, ovvero muoversi (dalle musiche quotidiane), spostarsi, attraversare luoghi o
paesi diversi dal proprio, oltrepassare i confini della propria cultura musicale,
rischiare di non capire dove si possa arrivare o di perdersi in facili sound dal sapore
esotico; seguire un determinato percorso, sostare per vedere, sentire, assaporare,
conoscere, emozionarsi, imparare, sviluppare particolari rapporti e attività o,
semplicemente ... per divertimento. Dall'Enciclopedia della musica Garzanti alla voce
divertimento: "Termine introdotto nella seconda met del sec. XVII per indicare una
composizione vocale o strumentale profana di carattere leggero e ricreativo, priva di una
forma propria. Nel secolo successivo 'divertimento' designa prevalentemente una
composizione strumentale con carattere di suite, ossia contenente un numero variabilissimo
(fino a dieci e più) di brani di varia forma [...]. Nell'Ottocento si intese sovente un
pot-pourri e delle variazioni su motivi famosi. Dagli autori moderni il termine stato
ripreso nel significato originario, per indicare composizioni strumentali in cui domini
genericamente lo spirito del gioco [...]".
Abbiamo assunto dunque delle importanti regole di viaggio che solo casualmente ricalcano
le tracce dei nostri illustri predecessori. Cercare delle musiche, vocali o strumentali,
che, proposte in sequenza di tre o quattro, possano fungere da suite geografico-culturale.
Fare uso della variazione intesa come azione di modificazione della musica (timbrica,
melodica, armonica): nel momento stesso dell'appropriazione (cantando e suonando pezzi che
non appartengono alla nostra cultura) l'evento musicale modifica il suo senso culturale
originario, assumendo un significato nuovo, filtrato dalla cultura e dalla musicalità di
ciascuno di noi; variazione anche come azione attraverso vari linguaggi, per rendere
l'esperienza più forte e significativa: musica e sapori di un luogo, musica e profumi,
musica e sensazioni tattili derivanti dall'uso di particolari strumenti etnici, musica e
racconti appartenenti a quel territorio.
Utilizzare principalmente il gioco come fattore educativo, realizzando in particolare un
gioco di finzione: compiere un viaggio con la fantasia, che attivi per emozioni vere.
L'idea di viaggio implica da un lato la scelta di un possibile mezzo di trasporto che ci
allontani dal nostro territorio musicale, dall'altro la preparazione di un 'bagaglio',
qualcosa di nostro da portare ancora con noi. Abbiamo esaminato molte musiche, scegliendo
quelle che secondo noi più si prestavano ad una condotta di ascolto simbolico; le abbiamo
rielaborate dissolvendo, all'inizio e alla fine di ogni brano, particolari effetti sonori
(ad esempio: la risacca del mare, per inabissarsi con un sottomarino sulla musica di
Philippe Glass, oppure il soffio del vento, per camminare da una vetta all'altra del mondo
su una corda da funambolo con la musica di Ravel, ecc.). Ne abbiamo realizzato un CD:
"Musiche per partire". Ma abbiamo preparato con cura anche il nostro bagaglio:
abbiamo scelto "Riu , riu, chiu", villancico anonimo del XVI secolo,
composizione per quattro voci miste imparata qualche anno fa nelle esercitazioni corali;
la suoneremo sempre, prima di intraprendere una nuova tappa del viaggio.
Ora che le carte di imbarco sono finalmente pronte, ci accingiamo a ripercorrere questo
viaggio con i bambini di una scuola elementare. Le emozioni vissute ascoltando queste
musiche sono state molte, come molto stato l'impegno e l'entusiasmo della preparazione.
Ora ci aspetta l'emozione più grande: quella che avremo lavorando con i bambini nel
riproporre un gioco, fatto di musiche che confinano con i colori, i sapori, i profumi, le
sensazioni tattili, i racconti.
Viaggiare con loro sar davvero un divertimento? EU una scommessa.
E, si sa, dopo un lungo viaggio si torna volentieri a casa.
CECILIA
PIZZORNO - Sono nata musicalmente...
Ho respirato musica fin da piccola, in casa.
Mio padre suonava molti strumenti: chitarra, mandolino, clarinetto e fisarmonica. Alla
sera, dopo cena, faceva musica: suonava e cantava e mio fratello ed io ci univamo a lui
nel canto. La mamma "suonava i coperchi", un modo musicale per dire che lavava i
piatti. Da sempre ricordo la musica come compagna di vita.
Non ricordo quando, avrò avuto due o tre anni, ero alle
prese con un piccolo pianoforte a coda rosso, con il quale giocavo e nel corso degli anni
mi piaceva inventare nuove canzoni e suonare ad orecchio [
]. Accanto alle lezioni di
pianoforte iniziarono le prime esperienze musicali extra-familiari ed il periodo degli
innamoramenti
ascoltando ad un concerto jazz un pianista che stimavo ho avuto una
folgorazione: o studiare con lui, o con nessun altro. E da quel periodo i colpi di fulmine
sono stati moltissimi
Oggi, uno degli ultimi colpi di fulmine.
Unesperienza nuova che sto affrontando da alcuni mesi
è il Progetto inCanto. E una ricerca longitudinale di sei anni, sullo sviluppo
musicale dei bambini, iniziata da circa un anno a Bologna e Imola, condotta da Johannella
Tafuri e Donatella Villa; si pone come obiettivo di verificare le conseguenze
dellascolto prenatale e di unattività musicale che inizi il più presto
possibile. Al progetto partecipano gestanti a partire dal sesto, settimo mese di
gravidanza che poi continuano con i loro bambini.
Appena venuta a conoscenza del Progetto inCanto, ho sentito
il desiderio di partecipare attivamente. Da circa sei mesi anche a Lavagna (Genova) sono
iniziati i miei incontri settimanali con le gestanti.
Gli appuntamenti collettivi sono dedicati al canto con accompagnamento di pianoforte,
allesplorazione della propria voce tramite vocalizzi, allascolto di brani
appartenenti a generi musicali diversi e ad attività ritmico motorie (giochi musicali,
ascolto attivo e danze). Tra un incontro e laltro le gestanti dedicano al canto e
allascolto diversi momenti durante la giornata utilizzando il repertorio degli
incontri o brani scelti da loro. In questo modo le attività sono vissute in modo
gratificante e rilassante.
Gli incontri collettivi permettono alle persone di
intrecciare rapporti spontanei, costruiscono legami profondi, creando tra i membri del
gruppo un gran senso di appartenenza e condivisione. Inizialmente le future mamme mostrano
un po di timore verso le attività musicali, che considerano lontane dal proprio
quotidiano e si sentono prive di competenze musicali. A poco a poco lenergia cresce
e ognuna di loro si stupisce piacevolmente della propria capacità nel cantare intonato,
nelleseguire vocalizzi e accompagnare i canti con strumenti a percussione. Si
inventano insieme giochi in eco ritmico e melodico, canti e si sperimentano movimenti e
coreografie. Lesperienza è anche per me molto coinvolgente ed emozionante. Ogni
gruppo opera al proprio interno naturali cambiamenti e si plasma sui desideri ed attese
comuni. Lattenzione al mondo sonoro favorisce il benessere nei partecipanti ed una
comunicazione profonda tra madre e figlio. Stanno nascendo
Le gestanti, ma soprattutto i loro bambini rappresentano oggi per me
lesperienza che più mi emoziona ed è fonte continua di linfa vitale positiva. Gli
incontri virtuali che ho settimanalmente con questi bimbi sono attesi con trepidazione:
ciascuno di loro è per me una "vecchia conoscenza" alla quale però sono
impaziente di dare un volto.
ENZA NALBONE -
Storia di chitarre e conchiglie
Sono una chitarrista e il mio incontro
musicale che porterò sempre nel cuore non è stato con un grande musicista, un famoso
compositore o comunque un personaggio interessante, credo che l'esperienza che ho
vissuto sia stata ancora più importante: è accaduto due anni fa, sono andata in ferie in
Portogallo per 20 giorni circa, premetto che quando vado via anche per soli due
giorni mi porto sempre la chitarra, non sempre la suono però so che è lì e se
sento il bisogno di suonarla lo posso fare. Quella volta in Portogallo per problemi di
bagagli sull'aereo non la portai. I primi due, tre giorni tutto bene, anche perchè ero
così affascinata dalle bellezze di Lisbona che mi ero dimenticata di tutto il resto,
ma verso il quarto giorno incominciavo a sentire un'inquietudine dentro, una smania di
suonare la mia chitarra, che purtroppo non avevo, un pomeriggio presa proprio da una crisi
di astinenza entrai in un negozio di strumenti musicali e con il pretesto di provare una
Ramirez, suonai una buona mezz'ora, infine non avendo neanche i soldi per comprarla e
notando che il negoziante incominciava a guardarmi con aria di chi vuole concludere un
affare, a malincuore mi alzai e lasciai la chitarra al venditore. Però l'aver aver
avuto l'opportunità di suonare non mi appagò completamente e continuai a sentirmi
un'anima in pena. Qualche giorno dopo però accadde qualcosa di veramente magico, arrivai
in Algarve una zona sul mare, con spiagge meravigliose e sulla spiaggia c'era una marea di
conchiglie grandi, piccole, rigate, lisce, di tutti i colori un vero spettacolo,
incominciai a raccoglierne un po' di tutto i tipi e poi ad una ad una le suonai, mi
sembrava di avere in mano un'intera orchestra e il susseguirsi delle onde, il suono del
mare completava questa bellissima esperienza musicale, appagando così il mio bisogno di
suonare. Molte di queste conchiglie le ho portate con me, circa trecento, ne ho regalata
una a tutti i miei allievi sperando di passare un messaggio: la grande musica
del mare. |