Enrico Strobino
SUONARE LA CITTA'
Un progetto di animazione estetica


    
Una volta avevamo paura del bosco. Era il bosco del lupo, dell’orco, del buio. Era il luogo dove ci si poteva perdere. […]
Ci si sentiva invece sicuri fra le case, in città, nel vicinato. Era questo il luogo dove ci si cercava fra compagni, ci si trovava per giocare insieme. […]
Nel giro di pochi decenni è cambiato tutto.[…]
La città non ha più abitanti, non ha più persone che vivono le sue strade, i suoi spazi: il centro è il luogo di lavoro, di compere, di rappresentanza, non di vita; la periferia è il luogo dove non si vive, ma si dorme soltanto. La città ha perso la sua vita. La città è diventata come il bosco delle nostre fiabe (1).

 

L’oggetto di questo intervento (2) è la trama costituita da una serie di proposte che definirei di animazione musicale, che ho portato avanti nel corso dell’a.s.1997-98 con due classi di prima media (3).
Cercando di individuare gli stimoli che mi hanno spinto a intraprendere un percorso di educazione ambientale legato a proposte di animazione musicale mi piace citare tre fonti.
Tempo fa, una cara amica, Monica Volta, reagendo a un fumoso e pazzoide progetto di animare musicalmente la città di Urbania, di cui immaginavo le conseguenze con M. Spaccazocchi, mi spedì alcuni materiali di G. Chiari, B. Munari e altri, raggruppati con il titolo di Campo Urbano, relativi a una serie di performances realizzate all’inizio degli anni ’70 a Como.
Qualche tempo dopo, al convegno del nazionale del MCE, ascoltai quasi casualmente un intervento di Francesco Tonucci sul tema de La città dei bambini. La sua relazione mi coinvolse e mi entusiasmò, facendomi balenare l'idea di provare a coinvolgere anche la musica, o meglio l’educazione e l’animazione musicale, nell’area di pensieri e proposte riguardanti questo tema.
Ritrovai poi G. Chiari in un numero di Ultrasuoni, inserto musicale de Il Manifesto, in cui compariva un suo testo, o meglio, un suo brano, intitolato appunto
Suonare la città.

Il pensiero guida del progetto consiste nel considerare la città come pensiero/spazio positivo, come ventaglio di occasioni creative, educative, conoscitive. La città quindi come risorsa, come teatro per mettere in scena parole, suoni, pensieri, segni, al di là della dimensione dell’utile, del produttivo, verso una proposta di tempi/spazi di gioco, da affiancare, da sovrapporre, da far incontrare, da confrontare con i tempi/spazi di lavoro. La città come ambiente (anche sonoro), ovvero come insieme di luoghi/situazioni/occasioni urbane: un ambiente non tanto da studiare, da indagare, ma piuttosto nel quale intervenire con animazioni, incursioni, composizioni. Si tratta quindi in prima istanza di un progetto di animazione estetica, ovvero una serie di azioni per ri-cercare all’interno della città anime inconsuete, guidate da itinerari sensoriali e in prima istanza sonori.
Le nostre città sono luoghi di velocità, di transito, di divieti; la metropoli è metafora dell’isolamento, dell’anonimia. Come ci ricorda Tonucci, tutto ciò che è di strada è simbolo di povertà e degrado (bambini, ragazzi, donne…di strada): la strada è nemica, luogo da cui difendersi, proteggersi; luogo del dis-piacere, dell’inquietudine, dello stress. Anche nella scuola l’educazione ambientale è storicamente indirizzata alle aree naturalistiche (il bosco, il fiume) e molto meno alle aree urbanizzate.

Come si pone la musica rispetto a tale contesto?
Ho individuato quattro possibili modalità di rapporto tra Musica e Città:

  1. Rispecchiamento: suonare come la città, ovvero, citando P. Tagg, gridare al di sopra del traffico (4). Si tratta di musiche che accolgono nella loro forma le impronte dei paesaggi metropolitani, industriali, del fracasso del traffico: paesaggi sonori che non hanno quasi mai variazioni di volume, come una fascia molto larga il cui spessore non cambia, un muro sonoro in cui tutto è in primo piano, che ci impegna nello sforzo di farci sentire come individui, nel gesto eroico di un assolo. Un esempio storico può essere l’Heavy Metal.
  2. Arredamento: suonare insieme/sotto la città. E’ quella che comunemente viene denominata muzak: musica che possa essere ascoltata e allo stesso tempo ignorata; musica che si adegua e che fa adeguare all’ambiente; musica che si confonde e ci confonde, che contribuisce ad omologare i tempi e gli spazi (del lavoro e del piacere, del sacro e del profano, dell’utile e dell’estetico), senza che ce ne si possa accorgere. Tutto è desiderabile o perlomeno sopportabile. Musica discreta. Estetica dell’indifferenza.
  3. Allontanamento: suonare fuori dalla città. Musica che ci porta fuori, in mondi altri: tutta la musica (tutta l’arte e il gioco) è in fondo una pratica per andare fuori di sé, oltre la dimensione della quotidianità. Esistono tuttavia poetiche che si propongono come specifica alternativa (antidoto, farmaco, antibiotico…) nei confronti dei paesaggi cultural/musicali metropolitani, inquinati e sporchi: musica ecologica, che ri-pulisce la mente, che disinfiamma; musica antistress. Musiche fuori-città.
  4. Spaesamento: musiche stra-vaganti, ovvero suonare nella/la città. La città come ventaglio di occasioni creative, educative, conoscitive: la città e il desiderio. La musica di strada è di per sé un piccolo scandalo, come ha ben sottolineato P. Sassu (5), è una provocazione, è disordine: trattiene il passante, lo frena, lo rallenta, gli impone una breve perdita di tempo, un tempo inutile, non-produttivo, quindi tempo di gioco, tempo estetico. Il suonare per le strade tuttavia mantiene la città ancora nel ruolo di contenitore: non la coinvolge direttamente, non la forza più di tanto, non inventa nuovi codici. Si tratta appunto di suonare nella città. Ma si può suonare LA città? Certo la città già suona, e anche troppo: non si tratta di iniziare a suonare la città: si tratta di iniziare a suonare la città in un altro modo: la città come strumento musicale, la città come strumento a percussione. Pensare, progettare, costruire, comporre…musiche (pensate) per la strada, la piazza, la città. E’ il pensiero di una musica che, invece di adeguarsi a paesaggi, situazioni e occasioni, le inter-rompe, creando spaesamenti e catturando l’attenzione: alla ricerca di un ascolto che muove, che richiede una riorganizzazione della percezione e dell’uso degli spazi, che trasforma le relazioni, le persone, che mette in moto la mente e non la ipnotizza (6).

Non esiste spazio veramente libero,... lo spazio intero è stato progettato da qualcuno e sottoposto a regolamenti e già posseduto da qualcuno, si tratta quindi di prendere a prestito questo spazio e in un certo senso sottrarlo all'abitudine quotidiana con un'azione che è "Disturbo" e che costringe a ripensarlo o anche solo a prenderne coscienza. La perturbazione che si inserisce nella quotidianità di vita di uno spazio, i significati nuovi e diversi che esso assume, sono tutti effetti dell'intervento artistico. Non lo sono invece gli scopi, che restano interni ad una dimensione squisitamente ed unicamente estetica. "Enjoy and beauty", non bellezza come rigido e asettico principio teorico, separato dalla vita, bensì una bellezza che entra con prepotenza nell'esistenza di migliaia di persone. Una bellezza imprevista e fugace destinata a vivere nella completa libertà dell'attimo in cui si rivela (7).

Durante l’anno abbiamo progettato e realizzato una serie di spaesamenti e incursioni nella nostra città.
Ecco alcuni titoli di musiche/interventi stra-vaganti (clicca sui titoli evidenziati): Cries of the city, Music for Ipermarket, Gamelan per cartelli stradali, Musica per Piazza Cisterna. Abbiamo pubblicizzato l’idea del suonare la città costruendo una serie di manifesti e li abbiamo affissi lungo le vie del centro; abbiamo costruito un ipertesto e abbiamo composto una canzone, La città dei bambini, cantata poi in Consiglio Comunale durante la presentazione di una serie di progetti di architettura partecipata (8).

Assumere il bambino come parametro di cambiamento significa anche, o forse prioritariamente, ridare alle nostre strade il ruolo sociale, di luogo pubblico, dell’incontro, del passeggio e del gioco che hanno avuto e che debbono recuperare. Le strade non diventeranno sicure quando saranno piantonate dalla polizia, dall’esercito o dalle ronde volontarie, ma quando verranno conquistate dai bambini, dagli anziani, dai cittadini. […]
Se nella città si incontrano bambini, che giocano, che passeggiano, da soli, significa che la città è sana; se nella città non si incontrano bambini significa che la città è malata (9).

NOTE
1. Francesco Tonucci, La città dei bambini, Laterza, Bari, 1996.
2. Il presente articolo è già stato pubblicato, senza i rimandi ipertestuali, su Ecole, n.63, novembre 1998, con il titolo "Come suona la città".
3. Il percorso è stato realizzato nella Scuola Media Statale N. Costa di Biella.
4. Cfr.: Philip Tagg, Leggere i suoni. Saggio sul paesaggio sonoro e la musica, la conoscenza, la società, in Franco Fabbri (a cura di), Musiche/Realtà. Generi musicali/Media/Popular Music, Unicopli, Milano, 1989, pp.168-183.
5. Pietro Sassu, "Uno spazio a perdita di tempo", in: La Musica, la strada, la piazza, Atti del Convegno di Pelago, 8/11 Luglio, 1993, PUM – Progetto Uomo-Musica n.6, Pro Civitate Christiana, Assisi.
6. Cfr.: Giuseppe Chiari, Tommaso Tozzi, Suonare la città. Un brano musicale di Giuseppe Chiari eseguito da Tommaso Tozzi, in "Il Manifesto – Ultrasuoni", 9 Febbraio 1997.
7. Da un'intervista di Francesca Comisso a Christo.
8. Questi e altri materiali sono contenuti in: E. Strobino, Suonare la città. Percorsi di animazione sonora, Dispensa della Scuola Estiva di Animazione Musicale, Centro Studi M. Di Benedetto, Lecco, 1998. La dispensa è richiedibile direttamente a Enrico Strobino.
9. F. Tonucci, op. cit.


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